Ho trovato molto interessante la raccolta delle relazioni riferite alle attività svolte dalle unità di ricerche del Progetto “Ricerca ed Innovazione per l’Olivicoltura Meridionale” pubblicate dal Centro di Ricerca per l’olivicoltura e l’industria olearia di Rende  Tomo II, dal quale emerge come sia evidente la differenzazione degli oli in funzione delle aree di provenienza. Dalle relazioni emerge una caratteristica indistinguibile che riguarda in particolare la caratterizzazione degli oli meridionali e tra questi anche quello di coratina o racioppa.

Ormai è più che risaputo ed acclarato che l’olio di oliva ed in particolare quello extravergine, è fondamentale nella dieta mediterranea non soltanto per le sue caratteristiche organolettiche ma anche per l’insieme delle sue note proprietà nutrizionali e salutistiche. Molto importante ad esempio per garantire un alto grado di sicurezza e qualità, è la ricerca di contaminanti nell’olio e tra questi i metalli, elementi presenti naturalmente in natura la cui concentrazione nell’olio di oliva dipende anche dalle condizioni climatiche, dallo stadio di maturazione delle olive utilizzate, dalle modalità di trasporto, stoccaggio e conservazione. Dalle ricerche è stato anche appurato che in particolare rame, nichel e ferro, possono contaminare l’olio di oliva durante il processo di produzione evidenziandosi che la fonte di introduzione è rappresentata dall’esposizione ambientale a una grande varietà di elementi.

Ormai è  più che evidente che il nostro sistema olivicolo non riesce ad essere più competitivo nel commercio mondiale dell’olio determinato da una serie di fattori tra i quali spiccano gli elevati costi gestionali, l’incapacità di realizzare accordi di filiera per favorire la concentrazione dell’offerta e l’incapacità di saper sviluppare una politica di valorizzazione del nostro olio extravergine di qualità superiore legandolo al territorio di origine. Il comparto olivicolo locale necessita di una nuova rivoluzione progettuale che non può prescindere da un elemento di base: la eccessiva frammentazione delle nostre aziende olivicole. La rivoluzione progettuale è necessaria per tentare di avviare un nuovo processo produttivo che parta dall’istituzione di un marchio capace di fornire effettive assicurazioni al consumatore sulla qualità, sull’origine e sulla replicabilità del prodotto, il tutto accompagnato da iniziative idonee a promuovere il prodotto sul mercato attraverso anche un’organizzazione commerciale che garantisca un’adeguata penetrazione sul mercato nazionale ed internazionale. Ormai è imprescindibile l’obiettivo di differenziare la produzione per distinguere l’olio prodotto in purezza dalle miscele di oli. Legare un olio ad un territorio  significa caratterizzarlo attraverso caratteristiche legate ad un ambiente geografico identificato da fattori naturali ed umani. L’istituzione dell’istituto di certificazione della DOP avrebbe dovuto contribuire a differenziare la produzione per collocarla sul mercato  prezzi remunerativi capaci, magari di assicurare un’autonoma capacità di sostentamento. E’ del tutto evidente che i risultati conseguiti con l’istituzione delle DOP come la nostra Terra di Bari con tre sottozone tra le quali quella di Castel del Monte, non ha determinato quella valorizzazione commerciale auspicata. Piuttosto la DOP al momento sembra che abbia rappresentato un’opportunità utilizzata principalmente come traino per collocare olio sul mercato e non per una sua vera valorizzazione. Una vera e innovativa rivoluzione produttiva e commerciale per i nostri produttori di olio può avvenire solo dalla esaltazione e dalla valorizzazione delle proprietà chimiche e sensoriali intrinseche al genotipo, visto che la peculiare composizione dell’olio garantisce importanti e benefici effetti sull’equilibrio nutrizionale, sulla salute e sulla soddisfazione dell’uomo. Il colore, l’odore e il sapore insieme agli elementi chimici  devono poter rappresentare quelle credenzialità al fine di conquistare non solo la fiducia di un consumatore dotato di capacità critica e di valutazione ma anche per stabilire un rapporto duraturo con il prodotto, basato su un’identità chiara e ripetibile. In buona sostanza bisogna creare le condizioni che sul mercato venga commercializzato un olio che si identifichi con un territorio ad un prezzo remunerativo per il produttore ed adeguato per il consumatore in rapporto alla qualità.

Da questo punto di vista l’olio monovarietale alla stregua del  vino prodotto in purezza rappresenta una grande opportunità di rilancio del nostro comparto olivicolo-oleario. Un’opportunità garantita dalle  caratteristiche chimiche e sensoriali di origine genetica che devono integrarsi con quelle di origine territoriale (pedo-clima) per creare quella necessaria combinazione unica ed irripetibile. Infatti ogni varietà di olivo predilige la coltivazione nel suo luogo di origine e/o diffusione, ove produce oli peculiari nella composizione acidica, fenolica ed aromatica, migliori per alcuni aspetti e meno per altri che comunque sono sempre portatori di una tipicità di origine genetica e/o territoriale. Dunque, la produzione e la commercializzazione dell’olio in purezza o monovarietale può rappresentare una grande opportunità nei confronti di un mercato costituito da quei consumatori sensibili ed attenti che sono alla ricerca di sensazioni nuove e particolari derivanti da una specifica provenienza (varietà e territorio) per superare quelle generiche di un olio extravergine qualunque e  per soddisfare il piacere di esplorare nuove e diverse opportunità di abbinamento culinario. Uno spunto importante per puntare alla valorizzazione degli oli attraverso una vera e propria carta degli oli da promuovere nei ristoranti ma anche tra i consumatori.

Ormai è chiaro che sia il genotipo che la posizione geografica di produzione esercitano una particolare influenza sulla composizione acidica e fenolica degli oli. Infatti le varietà di olive sono caratterizzate da uno stretto legame con l’areale di origine e lo spostamento di una di esse in ambienti diversi, comporta oltre a difficoltà di natura agronomica e fitosanitaria anche modificazioni delle caratteristiche compositive degli oli che rendono il prodotto diverso da quello “tipico” della zona di origine. Lo stesso genotipo, in funzione dell’ambiente, produce oli relativamente diversi per composizione acidica e polifenolica.

E’ diventato indispensabile puntare sulla caratterizzazione del nostro olio attraverso l’adozione di parametri analitici ed organolettici e la valorizzazione delle proprietà salutistico-nutrizionali. La sua specificità o tipicità deve essere il risultato di una combinazione di parametri che trovano nel disciplinare di produzione la base di riferimento per i controlli e la certificazione. La definizione delle procedure di rintracciabilità di filiera rappresenta oggi un presupposto indispensabile per la tutela e la valorizzazione delle produzioni agricole di qualità. La rintracciabilità dell’olio extravergine di oliva deve perseguire il presupposto di garantire trasparenza e sicurezza alimentare al consumatore la sicurezza per il consumatore.

Non da meno può essere importante evidenziare le proprietà salutistico-nutrizionali emersi nei diversi lavori presentati al convegno internazionale: Ricerca ed innovazione per la filiera olivicola-olearia dei Paesi del Mediterraneo – Agrilevante di Bari 18/19/20 ottobre 2007 nell’ambito del progetto RIOM. Nel convegno è stato evidenziato che  il contenuto dell’acido oleico e il rapporto omega3 / omega6 è strettamente correlato al genotipo. Importante dunque è la composizione chimica dell’olio extravergine di oliva nel quale l’acido oleico, il più importante acido grasso, è considerato un parametro merceologico fondamentale per stabilire la genuinità dell’olio di oliva. Nel campo medico preventivo l’assunzione di grassi mono-insaturi come l’acido oleico dell’olio di oliva e di grassi poli-insaturi quali gli omega3 ed omega6 abbassano la pressione arteriosa. L’acido linoleico e l’acido alfa-linoleico sono gli acidi da cui hanno origine, rispettivamente, la serie omega6 e quella omega3; questi rivestono un ruolo fondamentale negli equilibri delle cellule cerebrali, soprattutto nello sviluppo cerebrale adeguato del bambino. Hanno dimostrato, inoltre, effetti benefici a livello cardiocircolatorio, dimostrandosi utili nella riduzione del tasso del colesterolo e dei trigliceridi. Rilevanti sono stati anche gli studi portati avanti sull’attività antiproliferativa o chemiopreventiva di alcuni composti fenolici contenuti nell’olio extravergine di oliva come l’oleuropeina, l’idrossitirisolo e i lignani che presentano un notevole potere antiossidante e che sono assorbibili dall’intestino umano.

La composizione ricca in acidi grassi monoinsaturi ed essenziali e la presenza di numerosi costituenti minori, con caratteristiche antiossidanti e vitaminiche, rendono l’olio vergine di oliva un alimento unico sia dal punto di vista nutrizionale che organolettico. La qualità dell’olio di oliva è influenzata da tantissimi fattori fra cui le cultivar, la maturazione delle olive, le condizioni pedo-climatiche, le modalità di raccolta, di stoccaggio e di lavorazione delle olive oltre alle modalità estrattive ovvero se con macine oppure con frangitori a martelli.

Sabato 11 Febbraio 2012 23:14

ECOLOGISTI ATOMICI

Scritto da Benedetto Miscioscia

“L’energia nucleare?

Da ambientalista dico che salverà il mondo”

di Gwynet Cravens, giornalista scientifica che per amore della natura sostiene la necessità di abbandonare in fretta carbone e petrolio.

Articolo di Eleonora Barbieri tratto dal Giornale  del 11/07/2008.

 

“Il mio è un libro sui pregiudizi”. Gwynet Cravens li conosce bene. Per anni ha considerato inconfutabile l’equazione fra ambientalismo e lotta nucleare, poi ha scoperto che l’energia dell’atomo “è il modo più pulito, sicuro ed economico per ottenere elettricità su larga scala”.

Cravens inizialmente contraria al nucleare, si è convinta dopo che Rip Anderson uno scienziato ambientalista convinto, la invitò di andare a verificare con i suoi occhi come funzionavano le centrali nucleari e non.

Inizia così un tour nucleare lungo  dieci anni, un viaggio fra miniere di uranio, siti di stoccaggio, reattori, impianti a carbone, studi su isotopi e radiazioni, laghi che hanno nomi sinuosi come Ambrosia ma raccolgono scorie, esperti antiterrorismo e centrali “molto più linde di un ospedale”.

Oggi la Cravens vive sulla costa Est e all’atomo ha dedicato le quasi 500 pagine di “il nucleare salverà il mondo. La verità nascosta su un’energia pulita, edito da Mondatori.

La Cravens parla della paura di  Chernobyl: un incidente terribile, ma all’epoca le statistiche furono esagerate. E poi a Chernobyl il reattore non aveva una stanza di contenimento: in Francia e Giappone un impianto del genere non sarebbe possibile.

La conversione al nucleare secondo la Cravens è una buona idea dal punto di vista ambientale e della salute, in quanto azzera l’inquinamento da biossido di carbonio e i rischi di malattie cardio-respiratorie.

E pensare che alcuni anni addietro la Cravens era terrorizzata da Chernobyl e dalle radiazioni. Poi ha scoperto i fatti, le cifre. E ha cambiato idea.

Eppure Lei stessa si era prodigata in precedenza a raccogliere firme contro la costruzione di nuove centrali, come quella di Shoreham, vicino a casa sua e ci riuscì.

Oggi però si è resa conto coma a Long Island con una centrale nucleare avrebbe energia pulita, soprattutto d’estate, quando le spiagge si riempiono di newyorchesi, con i consumi di elettricità che aumentano e l’unica soluzione per produrla è il petrolio. Così inquiniamo e spendiamo molto di più.

Cravens è un ambientalista convinta tanto da essere a favore del solare e dell’eolico, oltre ad avere un orto biologico. Gli americani la chiamerebbero una treehugger, ma Lei ha scoperto che la propaganda è falsa: per produrre più energia su larga scala il nucleare è più sicuro, economico e meno inquinante di qualunque altra tecnologia.

Cravens espone quelli che sono  i pregiudizi sul nucleare puntando il dito sulle informazioni sbagliate.

Il primo pregiudizio è che il nucleare abbia causato molti morti: ha ucciso a Chernobyl, dove l’incidente non fu contenuto in nessun modo. Negli stati Uniti in sessant’anni non ha provocato nemmeno un morto fra la popolazione. Un’altra convinzione diffusa è che le radiazioni siano terribilmente pericolose, ma si basa su una confusione fra radiazioni a dose bassa e a dose alta. Solo queste ultime sono davvero dannose. E noi riceviamo più radiazioni dalla natura e dalla medicina nucleare che da qualsiasi altra fonte: la terra, le rocce, le montagne sono radioattive. Siamo sempre esposti a radiazioni  a basso dosaggio: meno dell’uno per cento deriva da impianti nucleari.

Dagli studi e dalla ricerca Cravens ha scoperto per esempio che una vecchia casa in pietra a Ramsar, in Iran, è venti volte più radioattiva del terreno di Chernobyl, in quanto quell’area è una delle più radioattive del pianeta. Ci sono zone in India, Cina Brasile dove il suolo è naturalmente molto radioattivo, e le persone abitano lì da  secoli. Se una persona si trasferisce da Chernobyl al Colorado per evitare le radiazioni commetterebbe un errore. Anche un passaggio alla Grand Central Railway Station di New York espone a più radiazioni.

Cravens ritiene l’energia nucleare un energia pulita in quanto non coi sono emissioni di gas nocivi. Poi la fonte è l’uranio. Ne basta pochissimo per produrre molta energia. il cuore di un reattore occupa poco spazio, gli sprechi sono minimi.

Quanto alle scorie, Cravens afferma che anche il volume di rifiuti radioattivi è basso. Se una persona ricavasse elettricità solo dal nucleare, in una vita intera le scorie totali peserebbero appena un chilo, contro un equivalente di quasi 70 tonnellate di scarti solidi prodotti dal carbone.

Tra l’altro le scorie vengono isolate e protette in contenitori speciali e poi seppellite in profondità nel terreno: nessun è esposto alle radiazioni. C’è da aggiungere tra l’altro, che i siti individuati sono particolari in quanto solitamente protetti sia da grandi strati di argilla che da salgemma che in genere funge da scudo protettivo.

Le resistenze al nucleare nascono dalla paura della bomba atomica. Poi molti hanno vissuto Chernobyl come un’altra Hiroshima, ma non è così. A Chernobyl è andato tutto storto, il direttore della centrale non aveva competenze: era un quadro del partito comunista, non un ingegnere.

Quanto ai rischi sono molto inferiori a quelli degli impianti a carbone. Ogni anno negli Stati Uniti le emissioni di carbonio uccidono 24mila persone. Dal 1986, anno di Chernobyl, mezzo milione di americani sono morti a causa del carbone; per il nucleare, neanche uno. Non esistono fonti di energia a rischio zero. Anche i pannelli solari sono costruiti con materiali tossici. Ma vogliamo l’elettricità?

L’uranio è molto comune e può anche essere riciclato: in Francia è un procedimento diffuso. E può essere sostituito dal torto, un altro metallo radioattivo.

L’uranio è meno costoso dei combustibili fossili. Per costruire un impianto negli USA ci vogliono dai 5 ai 10 miliardi di dollari, ma la gestione è poco impegnativa.

Gli ambientalisti convertiti al nucleare sono sempre di più. Ogni mese qualcuno si sveglia e si accorge che, altrimenti, dovremo fare nuove centrali a carbone, che è molto peggio. Greenpeace si oppone ancora al nucleare. E sarebbero ambientalisti.

Il nucleare in un mondo ideale potrebbe rimpiazzare tutti gli impianti a carbone e a gas. La Francia si è organizzata e in vent’anni è riuscita a ottenere l’80 per cento dell’elettricità nucleare. Prima il cielo francese era sporco, oggi è pulito.

Agli italiani ancora indecisi dico che ci sono molte mitologie sull’uranio: ascoltate fonti scientifiche e universitarie, non gli anti-nuclearisti. E poi di nucleare non parleranno nemmeno, se non ci fosse stato Enrico Fermi: un italiano fantastico che tutti dobbiamo ringraziare. Tanti anni fa, da visionario, ha intuito il potere dell’energia nucleare a scopi pacifici. E’ grazie a lui che molti paesi oggi hanno un’elettricità pulita e meno costosa.

Il nucleare è necessario in quanto è l’unica soluzione per i prossimi trent’anni.

Articolo estratto dal Giornale del 19/06/2008 a cura di Gaia Cesare, in cui Fred Singer fisico dell’atmosfera, scienziato dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), fondatore e Presidente dello Science and Environmental Policy Project e professore emerito di Scienze ambientalo alla University of Virginia, ha contestato i risultati dell’organismo dell’ONU in merito al cambiamento climatico del nostro pianeta.

 

E’ il bastian contrario dei climatologi. Professa  che la “scienza non è politica, perché non può arrivare a conclusioni a colpi di maggioranza”. E dall’alto dei suoi 84 anni resta il “grande vecchio degli scettici”, il capofila di quella scuola di scienziati che non ci sta ad accettare le tesi prevalenti, quelle secondo cui lo spauracchio dell’umanità e il surriscaldamento globale e l’uomo il grande satana artefice di tutti i mali. Per questo l’americano fred Singer, fisico dell’atmosfera, si è preso del “ciarlatano” da qualche collega e persino del “truffatore”.

D.: Al Gore e gli scienziati dell’IPCC hanno vinto il Nobel per la pace nel 2007.  Dicono   che il surriscaldamento globale è la minaccia del futuro e che si rischia la catastrofe. E Lei?

“Io dico che sono tutte stupidaggini”.

D: tutte sciocchezze?

“Il cambiamento climatico è un fenomeno naturale. Il clima cambia di continuo, ma questa non è una minaccia di per sé”.

D: L’uomo non c’entra?

“E’ questo il punto: l’uomo non c’entra. Basta guardare i dati. Il clima si è surriscaldato tra il 1900 e il 1940, molto prima che l’umanità abusasse dell’energia. poi si è raffreddato tra il 1940 e il 1975. per i cinque anni successivi si è riscaldato di nuovo. Ma dal 1979 si è leggermente raffreddato”.

D: Ma noi sentiamo spesso dati allarmanti?

“Molte misurazioni avvengono con i termometri piazzati nelle città, che si espandono a grande velocità e che falsano i rilievi”.

D: Ma ci sono scienziati che mentono?

“Ci sono organismi che arrivano alle conclusioni sbagliate. Che ignorano per esempio i dati satellitari che dimostrano che non c’è stato alcun riscaldamento. Che votano a maggioranza, quando la scienza non si basa sulle opinioni dei più”.

D: ha vinto la maggioranza contro la scienza?

“La verità è che molti scienziati non hanno un diretta influenza sulle conclusioni espresse da un ristretto gruppo di scienziati e riviste e approvate, parola per parola, da rappresentanti dei governi membri”.

D: anche Lei però fa parte del comitato ONU (Ipcc)…

“ E infatti come vede ho anche la spalletta come vincitore del Nobel. Non tutti gli scienziati dell’Ipcc dicono sciocchezze. Io però combatto quelle conclusioni. E le assicuro che non sono da solo. Il fatto è che la questione ambientale è diventata remunerativa”.

D: Corruzione?

“Attaccamento al denaro e alla carriera. L’amministrazione americana spende ogni anno due miliardi di dollari per le questioni climatiche”.

D: Vuole dire che anche gli scienziati quei soldi fanno gola?

“Ci sono agenzie, associazioni che vivono di questa pseudo-emergenza. E molti giovani scienziati americano e stranieri hanno paura di esporsi perché finirebbero per perdere fondi governativi”.

D: anche lei è stato accusato di interessi personali. E’ vero che ha ricevuto denaro dalle compagnie petrolifere?

“Su di me hanno detto qualsiasi cosa, pure che sono vicino alle lobby del tabacco. Farebbero di tutto per rovinarmi la reputazione. Ho preso diecimila dollari dalla Exxon per una consulenza. Nulla in confronto al business che ormai gira intorno agli ambientalisti”.

D: Qualcuno dice che i suoi discorsi sono pericolosi. Con il fatalismo si rischia di intervenire troppo tardi.

“L’uomo deve solo adattarsi al clima. Non può pensare di modificarlo né di essere la causa dei suoi cambiamenti. E’ così dall’inizio dell’umanità”.

D: Dobbiamo rassegnarci?

“Dobbiamo studiare i metodi di vivere meglio nonostante i cambiamenti climatici. E’ lo stesso principio che ha portato all’aria condizionata”.

D: Ma esisteranno metodi certi di misurazione della temperatura…

“Sì, sono quelli satellitari. Io sono stato il primo a iniziare il programma di rilievi satellitari negli Stati Uniti. Cominciammo con le temperature ma il satellite è l’unico metodo certo che ti dà la misura del tasso medio dell’atmosfera”.

D: E’ vero che spesso nelle misurazioni dei cambiamenti climatici non i prendono in considerazione gli oceani?

“Si prendono in considerazione solo le rotte delle navi, che sono una piccola. E si misurano con strumenti diversi, a volte in tela. I risulta così perdono certezza ed uniformità”.

D: Insomma, lei è l’unica persona al mondo che non si preoccupa di questi continui cambiamenti tra pioggia e sole?

“certo che sì, ma solo perché temo per il mio weekend”

 

 Intervento di Antonino Zichichi (Presidente World Federation of Scientisis)

tratto dal Giornale di lunedì 20 ottobre 2008

 

La paura per le variazioni climatiche nasce dal fatto che il grande pubblico ignora le contraddizioni rigorosamente “scientifico-matematiche” che stanno alla base delle tanto declamate “previsioni” dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) un gruppo di 2.500 persone che ha fatto credere all’opinione pubblica mondiale: la Scienza ha capito tutto sul clima. Se non fosse vero,il futuro climatologico della Terra sarebbe privo di incertezze e sotto il rigoroso controllo della Scienza. Non è così. Diciamo subito che quanto osservato fino ad oggi sul clima può essere dovuto a cause naturali e che l’uomo potrebbe quindi entrarci poco o niente. Anzitutto una precisazione. L’anidride carbonica è cibo per le piante  e non va quindi demonizzata come è invece giusto fare per i veleni che l’industrializzazione selvaggia inietta nell’atmosfera. Chi scrive è responsabile, con l’allora segretario generale della World Meterological Organization (il prof. G.O.P. Obasi), della creazione del comitato faceva parte il più brillante collaboratore di Von Neumann, padre della matematica meteo-climatologica, l’allora giovanissimo Tsung Dao Lee (pupillo di Fermi e Nobel) che introdusse la “terza dimensione” non potrebbero esistere le turbolenze proprietà fondamentale di tutti i modelli meteo-climatologici. Il padre delle “turbolenze” ha preso parte ai Seminari di Erice dedicati ai modelli matematici in uso nell’Ipcc e li ha giudicati lungi dall’essere soddisfacenti. E’ necessario riportare nel cuore dei laboratori scientifici queste tematiche. Il grande pubblico vuole sapere quali sono le conclusioni che il rigore scientifico può permettere di derivare dall’analisi delle misure fatte. Ecco le risposte. Un controllo rigorosamente basato su matematica e scienza ha portato noi scienziati a due conclusioni. La prima dice che bisogna lavorare a due conclusioni. La prima dice che bisogna lavorare ancora molto e con maggiore rigore per migliorare i modelli matematici finora usati. La seconda dice che è necessario migliorare non solo la matematica, ma anche i dati sperimentali. Un modello matematico non può fare previsioni credibili se i dati sperimentali sono grossolani. Che ci sia bisogno di saperne di più ce lo dice la Nasa che ha lanciato nel 2005 due satelliti. Cloud-Sate Calipso, per studiare le nuvole. Questi  due satelliti fanno oggi parte di un sistema composto da sei satelliti e detto “A-train”. Da questi sei satelliti verrà una serie di misure sull’atmosfera terrestre finora inesistenti. E’ la prova che le critiche venute fuori nei seminari di Erice erano e sono di estremo valore. Il nostro ministro degli esteri segue da tempo, e con molta attenzione, ciò che la comunità scientifica di Erice fa nello studio delle problematiche climatologiche, in quanto Franco Frattini vuole che il rigore scientifico entri in un tema su cui sono impegnati tutti i Governi del mondo. Con i nuovi dati sperimentali di “A-train” i costruttori di modelli matematici  potranno mettere a punto modelli più rigorosi per descrivere le proprietà dell’atmosfera. Il caso dei satelliti di “A-train” è solo un esempio. E, infatti, prima di imporre ai governi scelte che incidono per miliardi di dollari sulle attività produttive, bisognerebbe sapere molto di più sull’atmosfera terrestre. Sono questi i motivi scientifici alla base della moratoria proposta da Berlusconi all’Europa. Non dimentichiamo che la meteo climatologia è dominata dal motore meteo-climatologico in cui l’effetto delle attività umane è a livelli inferiori al 10%. Il resto dipende da fenomeni naturali, che vanno dall’energia che ci invia il Sole a ciò che accade nelle viscere della Terra, con vulcani che iniettano nell’atmosfera enormi quantità di materiali e con le fessure della crosta terrestre da cui escono enormi quantità di lava che genera forti perturbazioni nella dinamica degli oceani: lo strato liquido della superficie terrestre. Sono queste perturbazioni che hanno fatto passare i Paesi Scandinavi da un clima fortemente rigido a quello moderato d’oggi, mentre la Groenlandia da “terra verde” è diventata l’attuale distesa di ghiaccio. Quando accadevano queste “variazioni climatologiche” le attività umane erano inesistenti. Dare priorità al rigore scientifico nello studio di quanto incidono le attività umane sulle variazioni climatologiche è ciò che il ministro della Ricerca Scientifica, Mariastella Gelmini, vuole affinché i miliardi di euro necessari per il Protocollo di Kyoto siano spesi bene. Di Kyoto si può fare a meno, del rigore scientifico no.

Sabato 11 Febbraio 2012 23:03

IL BLUFF DEL RISCALDAMENTO GLOBALE

Scritto da Benedetto Miscioscia

Intervento

del Fisico Prof. Franco Battaglia, tratto dal Giornale di giovedì 8 gennaio 2009


Scrivere proprio oggi sulla colossale balla del riscaldamento globale è, come s’usa dire, come sparare sulla croce rossa; e, a dire il vero, non ne avrei tanta voglia. Anche perché, diciamolo con l’onestà scientifica di sempre, i freddi globali – e sottolineo globali – di questi giorni non sconfessano la balla più di quanto l’afa di luglio non confessi che esso balla non è. E anche perché il pianeta sta effettivamente attraversando una fase di riscaldamento globale: ciò che è balla è – colossale; gigantesca balla – è che l’uomo abbia un qualche ruolo sul riscaldamento e, men che meno, sul clima. E anche perché, infine, è da 10 anni che ne scriviamo. Faccio parte di un organismo internazionale, L’N-Ipcc ( la N sta per “non governativo”) che ha valutato la stessa letteratura scientifica a disposizione del più famoso Ipcc, ma è giunto a conclusioni opposte, e ha pubblicato il rapporto “La Natura, non l’Uomo, governa il clima” (tradotto in 5 lingue, la versione italiana è pubblicata dall’editore 21mo Secolo). Il rapporto è stato inviato – assieme alla firma di oltre 650 scienziati da tutto il mondo – al Senato americano, per far ascoltare ai membri di quell’alto consesso, la voce del dissenso ( o, visti i numeri, direi più correttamente, del consenso sul dissenso). Ciò che è importante, sul tema, è capire, una volta per tutte, perché con il riscaldamento globale l’uomo non c’entra. Vi sono una mezza dozzina di indizi, a nessuno dei quali nessuno ha fornito spiegazione e che tutti insieme fanno una schiacciante prova.

1)     il pianeta è già stato più caldo di adesso: senza invocare tempi geologicamente lontani, lo è stato per molti secoli nel cosiddetto “periodo caldo olocenico” di 6000 anni fa, e per un paio di secoli nel “periodo caldo medievale” di 1000 anni fa.

2)     L’attuale riscaldamento, è cominciato nel 1700, quando erano l’industrializzazione assente e mezzo miliardo la popolazione mondiale, e ha continuato fino al 1940 quando erano l’industrializzazione quasi assente e la popolazione 1/3 di quella odierna.

3)     La temperatura del pianeta è diminuita dal 1940 al 1975, tanto che a metà degli anni settanta del secolo scorso era popolare un’isteria per il freddo paragonabile a quella odierna per il caldo; peccato, però, che furono quelli, anni di boom industriale, demografico e di emissioni di gas serra.

4)     E’ dal 1998 che la temperatura del pianeta ha smesso di crescere e il 2008 sarà probabilmente dichiarato il più freddo degli ultimi 10 anni; dal  1998 le emissioni di gas serra sono ininterrottamente aumentate.

5)     Tutti i modelli matematici che attribuiscono ai gas serra antropici il ruolo di governatori del clima prevedono che nella troposfera a 10 km. al di sopra dell’equatore si dovrebbe osservare un riscaldamento triplo rispetto a quello che si osserva alla superficie terrestre; orbene, le misure (ripeto: misure, non chiacchiere) satellitari non rivelano, lassù, alcun aumentato riscaldamento,, men che meno triplo, ma, piuttosto, un rinfrescamento.

Come si vede, quindi, l’attuale riscaldamento è occorso nei tempi e nei luoghi sbagliati rispetto alla congettura che lo vorrebbe d’origine antropica. L’ultimo indizio, poi, non è un indizio: nato come “prova regina” della teoria antropogenica del global warming esso si è evoluto in prova regina della sua inconsistenza. La parola chiave è “sensitività climatica”, cioè l’aumento della temperatura conseguente a un raddoppio della concentrazione atmosferica di gas serra; orbene, la sensitività climatica è di mezzo grado, il che significa che alla fine del 2100 potremo aspettarci un contributo antropico alla temperatura della Terra di, forse 0,2 gradi; contributo ben nascosto dalle molto più ampie variazioni naturali. Mi piacerebbe che nessuno parlasse più di riscaldamento globale,anche perché comincio ad annoiarmi; ma più che un auspicio è , la mia, una pia illusione: quella del riscaldamento globale antropogenico è una fiorente industria, ben oliata dal denaro delle nostre tasse – una quantità fantasmagorica di denaro pubblico – diretto verso progetti tanto grandiosi quanto inutili, tipo: il fantasioso sequestro della CO2, la burla della realizzazione di parchi eolici, la truffa della realizzazione degli impianti fotovoltaici. Il tutto con la benedizione del Parlamento Europeo, il quale, promuovendo la politica energetica suicida del cosiddetto 20-20-20, fondata sul falso scientifico di pretendere di governare il clima, sembra ansioso di dare il via ai lavori di scavo per la nostra fossa. Che qualcuno lo fermi.

Il tempo (cattivo) degli “ECO-BALLISTI” sta per scadere

Tratto dall’angolo di Granzotto – il giornale n. 35/2012

 

Caro Granzotto, ho letto il suo commento sulle bugie di Kyoto e le mando qualche nuovo dato che lo corrobora. La settimana scorsa il Met Office inglese e la East Anglia Climatic Research Unit hanno rilasciato un comunicato, ovviamente senza darne eccessivo rilievo, che mostra, sulla base di 30 mila stazioni di misura, che il trend di crescita della temperatura media del pianeta si è arrestato nel 1997. Allo stesso tempo alcuni scienziati del clima, intervistati dal Mail on Sunday, hanno detto che, dopo aver emesso livelli di energia insolitamente alti per tutto il secolo scorso, il sole si starebbe dirigendo  verso “un minimo” di emissione. Molti  studiosi dell’attività solare pensano che esista una stretta correlazione fra quest’ultima e la temperatura media della terra. Ciò è già successo in passato, a esempio tra il 1790 e il 1830, durante il cosiddetto “minimo di Dalton”, quando la temperatura di parte dell’Europa diminuì di 2 gradi, oppure tra il 1645 ed il 1715, durante il “minimo di Maunder”, periodo più noto come “piccola era glaciale”. Henrik Svensmark, Direttore del “Center for Sun – Climate Research, Denmark National Space Institute”, ha dichiarato che “tra 50 anni la temperatura del globo potrebbe risultare parecchio inferiore a quella attuale”. Infine Benny Peiser, Direttore del “Global Warming Policy  Foundation”, ha commentato che “se non vediamo prove convincenti del riscaldamento globale entro il 2015 sarà chiaro che i modelli sono fallaci. E questo potrà avere conseguenze molto serie per certi scienziati”. Il 2015 è alkle porte e non dovremo aspettare ancora a lungo per mettere definitivamente la parola fine alla teoria del riscaldamento globale di origine antropica.

                                                                                  Prof. Giuseppe Gambolati – Padova

 

Grazie, professore, per i suoi preziosi riferimenti che contribuiscono a smantellare quel che resta della Grande Bufala del riscaldamento globale di origine antropica. E tagliano l’erba sotto i piedi dei Grandi Ballisti (da Al Gore a Pecoraro Scanio) nei confronti dei quali il lettore Luigi Fressonio di Perugia propone una class action “per procurato allarme e abuso delle credulità popolare”. Idea mica male, anche se io preferirei, per i ballisti, Guantanamo. Intanto un altro lettore, Edoardo Cicali di Pistoia, si chiede (ma la risposta gliel’ha già data il nostro Franco Battaglia): vista l’emergenza gas e il ripiego sulle vecchie centrali a petrolio, “a cosa sono serviti i nuovi impianti eolici per 950 MW (il 10% di tutto il nuovo eolico in Europa) che l’Italia ha installato nel 2011, portando la potenza totale a 6.747 MW con una spesa  vicina ai tre miliardi di euro? Ed i 288.000 impianti fotovoltaici che produrrebbero 11.000 MW finanziati con i generosissimi ecoincentivi?”. Domanda che giriamo al prof. Mario Monti, nella speranza che intervenga mettendo con le spalle al muro la lobby del global warming e getti nella pattumiera il Protocollo di Kyoto. E questo senza aspettare la scadenza,  quanto fatidica, del 2015 quando il re sarà nudo (e speriamo che faccia un freddo cane).

                                                                                                                 Paolo Granzotto

NOTIZIE STORICHE SULL’ECONOMIA DELLA CITTA’ DI ANDRIA AL 1841 estrapolate dal libro primo Città di Andria – dalla sua origine sino al corrente anno 1841 - compilato dal Sacerdote RICCARDO D’URSO, canonico della chiesa cattedrale.

 

“Andria Città cospicua del Regno di Napoli in Provincia di Bari (conosciuta anticamente sotto il nome di Peucezia) poggia vagamente su di una deliziosa prominenza. Essa dista dalle sponde dell’Adriatico, che la guarda dal Greco-Levante, quattro miglia; dall’Ofanto otto, e dal Gargano trenta, che la rimira dal Settendrione. Qui la pupilla dello spettatore raggirandosi, come dal centro, incontra una sempre ridente campagna, la quale spesso svariata da piante amene, a fruttifere termina con gajo spettacolo di catene di monti, e di colli ombriferi, che vanno a perdersi con gli Appennini.

Non trova essa di che lagnarsi a fronte delle altre città e pe’l sito, e per la vetusta, non spregevole struttura, e per l’industrie, e docile andamento dei cittadini, e per la penetrabilità, e sodezza dell’ingegno: e soprattutto pel balsamo dell’aria, non che pe’ suoi feraci ed ubertosi terreni.

Alla feracità si accoppia la immensa estensione del suo territorio, in modo che quando il suo prodotto non soffre infortunio, ed incontra estrazione, ed animato commercio; essa nuota nella opulenza. Sono così abbondanti i cereali, che sarebbero sufficienti, sarei per dire, a sostenere la Provincia. Dai suoi estesi vigneti si riporta in tal copia il generoso Falerno, che serve di supplemento al difetto di molte atre terre, e città ad essa limitrofe. Quando riesce felice il raccolto delle mandorle, allora è incalcolabile la dovizia, che quasi da ogni ceto si esperimenta. In altri tempi scarseggiava solo di olivi; e quindi abbisognava dell’altrui produzione; ma ora spesseggiano in modo queste piante, che oltre al patrio consumo, siamo costretti a far sentire altrove la ridondanza dell’olio. Taccio poi le lunghe ed interminabili tenute boscose; come altresì le sative, ed erbifere,  le quali servono di squisito pascolo ad ogni sorta di semoventi. Onde per quanto abbondanti, altrettanto sono preziosi, e sapidi tutt’i latticini, e specialmente quando incontrano una perita manipolazione.”

L’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) approva i claim salutistici sui polifenoli contenuti nell’olio extra vergine di oliva con la seguente motivazione scientifica: I polifenoli dell’oliva possono “evitare lo stress ossidativo”, “hanno effetti antiossidanti”, “migliorano il metabolismo dei grassi”, “proteggono la frazione LDL dal danno ossidativo”. Un grande riconoscimento che avvantaggerà anche la nostra cv. “Coratina o Racioppa” e  il suo olio che consentirà di poterlo citare come informazione autorizzata nei confronti del consumatore sulle proprietà salutistiche. Il gruppo di esperti, infatti, considera che, affinché possa essere rivendicato tale effetto, debbano essere consumati 5 mg di Idrossitirosolo e suoi derivati. Insomma un bel cucchiaio del nostro olio al mattino appena alzati sarebbe un ottimo toccasana, soprattutto se si considera che oltre alla presenza di vitamine E che svolge l'azione di protezione delle cellulle del nostro corpo dal danno ossidativo, studi specifici hanno riscontrato nell’olio appena spremuto un altro composto naturale denominato “oleocantale”, il quale svolgerebbe stante alcune ricerche in corso, un'azione antiinfiammatoria.E’ proprio l’oleocantale, a quanto sembra, a determinare sotto l’aspetto organolettico quel senso di irritazione che si percepisce alla base della gola e che tanti percepiscono come un difetto senza considerare invece che si tratta di un vero e proprio pregio. Secondo alcuni autori, l’intensità del senso di irritazione o del piccante offerta da un olio come il nostro è proporzionale al contenuto dell’oleocantale. Il recente riconoscimento attribuito ai polifenoli dall’EFSA, è la conferma dello stretto rapporto tra il consumo di oli extravergine ricchi di polifenoli e la prevenzione delle malattie cardiovascolari e non solo. E proprio su questa peculiarità che dobbiamo concentrare la nostra attenzione e sviluppare l’opportuna valorizzazione e la necessaria pubblicizzazione iniziando dalle etichette delle nostre bottiglie. Sarà l’occasione per lanciare un messaggio promozionale  a qualche settimana di distanza da alcuni appuntamenti legati alla promozione e alla vendita dei nostri oli come “Oro giallo” a Rimini e “Olio Capitale” a Trieste alla quale parteciperà la nostra città e diverse aziende produttrici di olio extravergine di oliva coratina o racioppa. Sarà l’occasione per ritornare sul tema legato alla crisi del mercato oleario. Ormai è chiaro che la crisi dei prezzi dei nostri oli non è solo legato all’andamento del mercato ma anche dalla scarsa organizzazione della nostra filiera produttiva e commerciale. La circostanza che la maggior parte della nostra produzione regionale intorno alle 120.000 tonn. viene ceduta prevalentemente alle industrie di confezionamento regionali e soprattutto nazionali da frantoiani o tramite intermediari o grossisti dotati di grosse strutture di stoccaggio, la dice lunga. I nostri produttori purtroppo difettano di scarso spirito associazionistico e/o di collaborazionismo, accentuando la propria debolezza nei confronti del mercato che impone le proprie regole determinate dall’andamento della domanda e dell’offerta. Ma se riflettiamo sulla circostanza che il nostro Paese per il proprio fabbisogno consuma circa 700.000 tonn. di olio mentre ne produce appena, mediamente, 450.000 tonn. la domanda nasce spontanea: se esiste questo notevole deficit produttivo, perché il nostro olio di ottima qualità vale meno di un olio importato da altri paesi comunitari ed extracomunitari?

La verità è che la notevole frammentazione delle nostre aziende  produttrici di olive e olio e la scarsa capacità economica non consente loro di poter creare una propria rete distributiva efficiente e proporzionata alle esigenze di mercato. Una difficoltà che si accentua anche per il notevole impegno finanziario necessario per poter creare e diffondere un’immagine della propria marca e di differenziare il proprio prodotto al fine di conquistare la fiducia dei consumatori. Sono pochi e non senza difficoltà i produttori del nostro territorio che tentano di valorizzare al meglio la propria produzione commercializzando olio extra vergine in forma confezionata. Non a caso di tutto l’olio prodotto nella nostra regione appena il 10% viene confezionato mentre il resto viene venduto sfuso alle industrie olearie sottostando ai giochi di commercianti e vari mediatori. Il nostro sistema olivicolo, che è tra i più importanti in termini produttivi, si sta dimostrando incapace di competere sul piano commerciale proprio per i limiti  strutturali caratterizzati sia dall’incapacità di realizzare accordi di filiera diretti attraverso la concentrazione dell’offerta che  per la scarsa capacità di sviluppare una politica di valorizzazione di un olio di qualità superiore al comune extra vergine commerciale. Per queste ragioni il nostro comparto oleario necessita di un rilancio per istituire nuovi marchi legati a specifiche identità territoriali capaci di fornire effettive rassicurazioni al consumatore sulla qualità, sull’origine e sulla replicabilità del prodotto. Il tutto accompagnato ad iniziative atte a promuovere una penetrazione sui mercati più evoluti e non solo che dia una spinta propulsiva ad un prodotto come il nostro olio di oliva extra vergine di qualità superiore. Chi avrebbe dovuto garantire questa spinta propulsiva per il nostro olio era la Dop Terra di Bari con la sottozona Castel del Monte con la quale le nostre aziende dovevano trovare la possibilità di differenziare la propria produzione per collocarla sul mercato a prezzi remunerativi accompagnata da una campagna di promozione e valorizzazione adeguata. Tutto questo non mi sembra sia avvenuto in questi anni e la conferma è data dal borsino prezzi dei nostri oli l’extra vergine dal quale si evince che la Dop vale più o meno quanto un normale extra vergine. Allo stato ritengo che più che parlare di Dop Terra di Bari dovremmo parlare solo di Dop Castel del Monte puntando sulla monocultivar “Coratina o Racioppa” piaccia o non piaccia, rivedendo o meglio correggendo i parametri chimico-fisico ed organolettico che contraddistinguono la nostra particolare produzione di olio extra vergine. In effetti sono quanto mai convinto che un concreto progresso per i nostri produttori di olio di massima qualità potrà derivare sola dall’esaltazione e dalla valorizzazione delle proprietà chimiche e sensoriali intrinseche alla varietà. Puntare sugli oli monovarietali significa mettere in risalto le caratteristiche chimiche e sensoriali di origine genetica che si integrano con quelle di origine territoriale (clima e terreno) producendo combinazioni uniche ed irripetibili. Gli oli monovarietali, dunque, rappresentano uno strumento di differenziazione basato su una specifica descrizione chimica e sensoriale del prodotto da valorizzare in purezza, confidando nella peculiare composizione dell’olio che garantisce importanti benefici effetti sull’equilibrio nutrizionale, la salute e la soddisfazione umana come ha confermato l’EFSA. Una strategia innovativa che punti su una sapiente campagna promozionale mirata nei confronti di quei consumatori sensibili ed attenti che tendono a ricercare oli di qualità garantiti da una specifica provenienza (varietale e territoriale) rispetto ad oli extra vergine generici c.d. comunitari, soddisfacendo il piacere di abbinare alle caratteristiche salutistiche quelle di esplorare diverse opportunità di abbinamento culinario che solo un olio particolarmente fruttato, amaro e piccante può garantire. Questa è la nostra “mission”. E’ inutile piangersi addosso.

 

 

La situazione della prima regione olivicola italiana

 

FILIERA OLIVICOLA-OLEARIA PUGLIESE: CRITICITA’ E PROSPETTIVE

di Bernardo De Gennaro e Luigi Roselli – Disaat (Dipartimento di scienze agro-ambientali e territoriali Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) - tratto dal supplemento dell’Informatore Agrario n.36/2011

 

L’olivicoltura pugliese comprende, al suo interno, realtà produttive molto diversificate distinte in aziende con meno di 2 ettari di oliveto pari al 64%, aziende con superficie compresa tra 2 e 10 Ha, pari al 27% e aziende con superficie superiore a 10 Ha., pari al 9%. Nel complesso oltre che per estensione, si differenziano per vari aspetti: dalle condizioni naturali, alle cultivar utilizzate, alle tecniche di produzione impiegate e conseguentemente alle caratteristiche qualitative dell’olio prodotto.

Come mostrato in diverse analisi sviluppate in questi anni la redditività delle aziende e la competitività complessiva dell’olivicoltura pugliese dipendono sia dalle caratteristiche ambientali dei diversi contesti produttivi, sia dai caratteri propri delle differenti tipologie aziendali.

Competitività delle imprese olivicole

In uno studio specifico (De gennaro et al., 2010) sono state individuate diverse aree olivicole sub-provinciali omogenee e, per ciascuna area, diverse tipologie aziendali olivicole che differiscono per la loro dimensione fisica ed economica e, conseguentemente, per le caratteristiche strutturali ed organizzative, le relazioni con il mercato ovvero la strategia di commercializzazione delle produzioni. L’analisi dei bilanci aziendali ha mostrato che i risultati economici variano a secondo degli ambiti territoriali e della tipologia aziendale e risultano fortemente condizionati dalla produttività della coltura e dalla dimensione aziendale. I costi di produzione dell’olio di oliva stimati oscillano, in media a livello regionale, tra i 2,57 euro/Kg. della tipologia aziendale grande e i 4,23 euro/kg. di quella piccola. Altrettanto differenziati risultano essere i prezzi medi di vendita dell’olio principalmente per effetto delle diverse qualità di olio prodotto e per le differenti strategie commerciali implementate dalle imprese. L’indice di redditività aziendale, misurato mediante il reddito di lavoro e impresa (rli), raggiunge i valori minimi nelle tipologie aziendali di media dimensione operanti in aree marginali (Gargano e sub Appennino Dauno), mentre la tipologia medio-piccola del Barese è quella che raggiunge il valore più elevato (3.274 euro/Ha).

Per quanto riguarda il sostegno erogato dalla Pac, il cosiddetto pagamento unico aziendale (pua), questo incide in misura consistente sul reddito aziendale, con valori medi regionali compresi tra il 31%, nel caso delle aziende grandi e il 53% per quelle piccole. Questi dati confermano una generale e forte dipendenza delle imprese olivicole e in modo particolare di quelle di minori dimensioni, dagli aiuti disaccoppiati attualmente erogati.

L’industria di trasformazione regionale

Le olive prodotte in Puglia (circa 1,08 milioni di tonnellate) vengono molite quasi elusivamente (97%) nei frantoi privati o negli oleifici cooperativi presenti sul territorio regionale (De Gennaro, 2005). Sono poco più di mille i frantoi attivi (1.010), circa il 20% dei frantoi presenti in Italia (4.966), che realizzano mediamente circa 178.000 ton. di oli di oliva all’anno (Agea 2009). Nel corso degli ultimi anni, a differenza di quanto accaduto nei decenni precedenti (De Gennaro, 1996) in cui si era registrato un calo, il numero di impianti è rimasto sostanzialmente stabile con una capacità di assorbimento potenziale congrua rispetto alle esigenze di trasformazione del settore primario, pur se in alcune aree la diffusione della raccolta meccanizzata tramite scuotitori sta determinando un aumento considerevole delle quantità di olive consegnate giornalmente ai frantoi con conseguente aumento del tempo che intercorre tra la raccolta e la molitura. Gli impianti pugliesi hanno una capacità lavorativa media annua di circa mille tonnellate di olive, quasi doppia rispetto alla media nazionale (522 ton.). più della metà degli stabilimenti è localizzato nelle province di Bari e Lecce e la gran parte degli impianti sono di tipo continuo a tre fasi, per se permane una quota sempre minore di impianti discontinui a pressione. Nell’ambito della prima trasformazione gli oleifici cooperativi giocano un ruolo rilevante nella organizzazione dell’offerta, soprattutto in alcune province (Lecce, Bari e Brindisi), ma devono fare i conti con alcuni elementi di debolezza quali la limitata dimensione economica delle imprese e il comportamento opportunistico dei soci nei conferimenti delle olive che riduce l’efficienza di utilizzo degli impianti, o la limitata dotazione finanziaria che ne condiziona le politiche gestionali e la competitività rispetto alle imprese private.

Differenziazione per qualità delle aree di produzione

Com’è noto la qualità degli oli di pressione ottenuti è strettamente connessa alle caratteristiche varietali delle olive molite, all’andamento climatico e delle avversità fitopatologi che, alla modalità di raccolta e trasporto e alla tecnologia di molitura utilizzata. In Puglia è necessario distinguere due principali areali: il primo, che comprende le province di Foggia, Bari e la parte occidentale di Taranto, dove sono gli olivi vergini e lampanti a prevalere. Su una produzione regionale media di 178.000 tonn. la produzione di extravergine può essere valutata pari a circa 110.000 tonn. a cui si aggiungono poco più di 28.000 tonn. di vergine e quasi 40.000 tonn. di lampante.

Sfuso e imbottigliato.

Per effetto della presenza di elevate barriere all’entrata sul mercato legate all’importante impegno finanziario necessario al fine di creare un’immagine di marca, differenziare il prodotto, acquisire la fiducua dei consumatori e creare un’efficiente rete distributiva, solo un numero limitato di frantoi (cooperativi e non) riesce a valorizzare al meglio la propria produzione commercializzando olio in forma confezionata con un proprio marchio. La stragrande maggioranza degli operatori, invece, colloca il prodotto prevalentemente allo stato sfuso.

Destinazione della produzione regionale.

Una quota della produzione regionale di olio extravergine e vergine (quasi 20.000 tonn. pari al 14% della produzione regionale) è destinata all’autoconsumo e alla vendita diretta presso i frantoi o da parte degli stessi olivicoltori. La restante quota di oli extravergini e vergini (circa 118.000 tonn.) viene ceduta alle industrie di confezionamento, regionali, direttamente dai frantoiani o tramite mediatori o grossisti dotati di strutture di stoccaggio.

Industria pugliese di confezionamento

Si stima che abbia una capacità di assorbimento potenziale di oli d’oliva extravergine e vergine prodotti dai frantoi regionali pari ad appena il 18%. In realtà, la percentuale di olio pugliese effettivamente confezionato in Puglia è pari ad appena il 9-10% della produzione totale, poiché solo una parte dell’olio confezionato in Puglia (poco più della metà) è di origine regionale, mentre il resto proviene dall’estero e, in misura limitata, da altre regioni meridionali. Questi dati mostrano chiaramente l’elevata dipendenza dell’industria frantoiana pugliese da quella di confezionamento localizzata in altre aree del Paese (De Gennaro, 2005).

Industria della raffinazione

E’ un settore che ha subito nel corso degli ultimi anni un significativo ridimensionamento, sia nel numero di imprese, sia nella capacità produttiva. La quasi totalità degli oli di oliva da raffinare (lampanti) vengono, pertanto, inviati alle imprese localizzate nelle regioni centro-settendrionali (Umbria, toscana e Liguria) o all’estero, in modo particolare in Spagna. Per le sanse vergini, infine, la produzione media annua stimata è pari a circa 770.000 tonn. e queste sono destinate prevalentemente ai sansifici per la produzione di olio di sansa. In Puglia risultano attualmente attivi 9 sansifici, dislocati esclusivamente nelle Province di bari (7 stabilimenti) e Brindisi (2).

Competitività della filiera sui mercati esteri

La Puglia, nonostante una produzione olearia media annua di circa 178.000 tonn., ampiamente eccedente i consumi finali di questo territorio, stimati in circa 34.000 tonn., ha visto crescere negli ultimi anni il deficit commerciale negli scambi con l’estero, pari a quasi 49.000 tonn. (De Gennaro et al., 2010). Questi dati indicano che una quota rilevante della produzione olearia regionale (80%) insieme al flusso netto di importazioni, per un volume complessivo di circa 193.000 tonn., deve essere annualmente trasferita, in varie forme (sfusa o confezionata) e qualità (vergini e raffinati), in altre regioni italiane per subire ulteriori lavorazioni industriali e, in misura molto più limitata, per essere destinata direttamente al consumo finale. Il mercato italiano (regionale ma soprattutto extraregionale) rappresenta, quindi, il principale mercato di destinazione della produzione oleicola pugliese.

Importazioni ed esportazioni.

Secondo i risultati riportati in un recente contributo (De Gennaro et al., 2009) le importazioni complessive di oli di oliva ammontano in media a circa 87.000 tonn. e comprendono prevalentemente oli extravergine e vergine di oliva (62%). Le esportazioni si aggirano intorno alle 38.000 tonn. e, in questo caso, la quota degli extravergini ha un peso inferiore (44%). Nel corso dell’ultimo decennio le importazioni complessive di oli di oliva sono cresciute più rapidamente delle esportazioni, confermando il sostanziale deterioramento della posizione competitiva della filiera pugliese sui mercati esteri.

L’extravergine e vergine importato proviene principalmente da Spagna, Grecia e Tunisia. Questi oli, acquistati a prezzi più bassi rispetto al prodotto regionale, sono utilizzati, verosimilmente, dagli imbottigliatori regionali per l’ottenimento di blend con oli regionali. Le esportazioni di extravergine, invece, sono indirizzate per la gran parte negli Usa, Giappone, Spagna, Germania, Svizzera, Francia, Australia e Canada.

Complessivamente il commercio di olio di oliva regionale ha conosciuto un rapido aumento negli ultimi anni, esplicando i suoi effetti, spesso contrastanti, sui diversi anelli della filiera. Per le imprese olivicole e per l’industria frantoiana la crescente internazionalizzazione del mercato dell’olio di oliva ha comportato un aumento della pressione competitiva esercita da Paesi caratterizzati dai più bassi costi di produzione (Spagna e Paesi della sponda sud del Mediterraneo). Il prodotto importato, principalmente allo stato sfuso, ha determinato un aumento dell’offerta sul mercato regionale e nazionale con effetti negativi sulle dinamiche dei prezzi all’origine e all’ingrosso. Per le imprese di seconda trasformazione, regionali ed extraregionali, sono invece aumentate le possibilità di approvvigionamento a prezzi più competitivi (global sourcing).

Gli extravergini a denominazione di origine protetta

La Puglia vanta ben extravergini a denominazione di origine protetta (dop): Terra di Bari, Dauno, Collina di Brindisi, Terra d’Otranto e Terre Tarantine. Fra queste la Dop Terra di Bari rappresenta la denominazione più importante in ambito regionale, la seconda in Italia dopo l’indicazione geografica protetta (igp) Toscano, per produzione, fatturato nazionale al consumo e valore delle esportazioni. Gli altri oli dop pugliesi hanno una dimensione di mercato molto più contenuta. In particolare la capacità del Terra di Bari di generare valore risulta piuttosto diversificata in funzione delle strategie aziendali e dei canali di vendita utilizzati dalle imprese di confezionamento. La rapida espansione della produzione commercializzata, registrata negli ultimi anni, non sembra aver avuto significative ricadute positive sull’olivicoltura dell’area. La crescita dell’offerta, trainata principalmente dall’espansione della domanda da parte della grande distribuzione organizzata tedesca, in mancanza di forme di organizzazione e coordinamento dell’offerta, ha determinato, invece, forti spinte competitive interne alla filiera, e in particolare tra le imprese specializzate nel confezionamento, con scarsi vantaggi per gli olivicoltori. Per garantire una più equa remunerazione a tutte le fasi della filiera, in particolare a quella agricola, è necessario intervenire sull’organizzazione dell’offerta e mettere in atto efficaci attività di promozione collettiva capaci di dischiudere nuove e migliori opportunità di mercato.

 

Venerdì 13 Gennaio 2012 17:03

XII EDIZIONE QOCO -INTERVENTO

Scritto da Benedetto Miscioscia

Con la celebrazione della XII edizione di Qoco abbiamo voluto continuare un percorso di innovazione della manifestazione rafforzandola con l’organizzazione di un seminario a tema e cogliendo l’opportunità  di celebrare sia la ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia e il made in Italy che il primo anniversario del riconoscimento alla dieta mediterranea da parte dell'Unesco di bene immateriale dell’umanità.

Un riconoscimento che ha una grande valenza culturale e scientifica per la nostra alimentazione.

Questo ci ha consentito di cogliere l’occasione per organizzare uno specifico convegno che tiene conto oltre al valore delle proprietà possedute dal nostro olio, del ruolo che assume nell’ambito della dieta mediterranea e delle prospettive nel campo del miglioramento qualitativo e commerciale.

Un’opportunità per sviluppare e diffondere la cultura dell’alimentazione legata alla conoscenza delle proprietà di alcuni componenti come l’olio extravergine di cui il nostro paese è tra i principali consumatori oltre che produttore anche se non in modo autosufficiente.

Riteniamo che sviluppare e diffondere la cultura della dieta mediterranea parlando dei suoi componenti e dei  benefici sulla salute sia importante anche per rafforzare il concetto che l’olio extravergine di qualità è legato alle sue specifiche caratteristiche organolettiche e nutrizionali.

Non a caso con questa XII edizione di Qoco abbiamo voluto coniare lo slogan di Profumato, amaro, piccante, buono per la salute, con la finalità di promuovere la conoscenza delle caratteristiche e delle specificità di un olio legato al territorio di provenienza e alle sue qualità sensoriali.

Unica vera alternativa per differenziarci sul mercato appiattito dalla globalizzazione ma anche dagli artifizi di mercato, attraverso la specificità e la qualità di ciascun olio espresso da specifiche cultivar.

 

Con  questo convegno, che rientra in un programma ampliato di ben tre giorni, oltre alla giornata dedicata all’utilizzo dell’olio in cucina, intendiamo sviluppare un percorso in cui oltre a parlare di olio e delle sue caratteristiche legate alle proprietà organolettiche, nutrizionali e salutistiche si parli anche del tema della valorizzazione degli oli monovarietali e delle politiche di marketing.

La XII edizione di QOCO vuole avviare un nuovo percorso promozionale commerciale che parte dalla cucina, con il coinvolgimento del mondo della ristorazione ed in particolare di quei cuochi  che intendono diventare gli ambasciatori della buona cucina e dei suoi componenti di qualità.

Parlare dell’olio di qualità dalle specifiche caratteristiche organolettiche e sensoriali, significa anche dare valore ad un componente essenziale della nostra alimentazione per far emergere un altro aspetto poco considerato: ovvero che l’olio non è solo un semplice grasso vegetale ma anche un farmaco.

Per questo credo molto nella ricerca e nell’approfondimento scientifico; ma credo anche nella sensibilità dei consumatori a recepire il messaggio che il primo passo per la prevenzione della nostra salute lo si fa quando ci si reca all’ipermercato.

In breve ritengo importante diffondere il tema dell’educazione alimentare prestando attenzione a ciò che si acquista, non solo tenendo conto unicamente del  prezzo assai spesso ingannevole.

Perseguire nell’azione di approfondire e divulgare le proprietà e le caratteristiche degli oli monovarietali, come intendiamo fare con la celebrazione di questo seminario, è un modo per farli emergere dall’appiattimento commerciale dei comuni oli, per la maggior parte costituiti da miscele di oli diversi della più disparata provenienza.

Puntare sulla qualità degli oli extravergine di oliva significa parlare delle  proprietà salutistiche attribuite alla concentrazione di acido oleico e alla presenza di composti come il fitosterolo, i carotenoidi, i tocoferoli e i polifenoli.

Parlare di olio extravergine e delle sue proprietà,  significa parlare di composti come l’oleocantale riscontrato nell’olio appena franto che svolgerebbe le stesse attività terapeutiche di un farmaco a base di “ibuprofene” un noto antifiammatorio.

L’oleocantale che sembra determini sotto l’aspetto organolettico quel senso di irritazione che si percepisce alla base della gola. Quella sensazione che percepiamo in particolare quando ingeriamo il nostro olio extravergine di oliva a racioppa o coratina.

Il nostro principale obiettivo è puntare sulla produzione di un olio di qualità evidenziandone gli aspetti nutrizionali e salutistici e creare opportunità commerciali oggi poco considerate.

Puntare sulla giusta epoca della raccolta, sul tipo di frantoio e sulle condizioni operative praticate durante le fasi di estrazione è fondamentale per salvaguardare al massimo la qualità dell’olio extravergine e garantire al consumatore attento la scelta opportuna tenendo conto del rapporto  prezzo-qualità.

Distinguere un olio per il suo profumo, il suo amaro ed il leggero piccante deve diventare l’elemento di distinzione e di caratterizzazione di una intera produzione fortemente legata al territorio di provenienza.

Questo è alla base della nostra strategia comunicativa: l’olio visto come elemento complementare per la prevenzione della nostra salute attraverso il suo consumo non solo come alimento ma anche come medicamento.

Ecco il motivo per il quale abbiamo voluto puntare sullo slogan “profumato, amaro, piccante buono per la salute, perché riteniamo che la strategia comunicativa, basata sugli approfondimenti scientifici diventa, poi,  essenziale per sviluppare un’efficace campagna di marketing.

Questo rappresenta il nostro investimento non solo dal punto di vista dell’immagine ma anche commerciale.

Per farlo dobbiamo lavorare sinergicamente con i nostri produttori per spingerli ad innovarsi sia sotto il profilo culturale che organizzativo e produttivo.

E’ evidente che solo la qualità, la certezza della provenienza, la maggiore conoscenza delle proprietà specifiche del nostro olio, oltre ad un’organizzazione della filiera produttiva dei nostri olivicoltori, possono consentirci di fare quel salto dal punto di vista commerciale che oggi ci manca.

Fino a quando ci sarà disgregazione tra i produttori e scarsa capacità organizzativa e mancata condivisione di obiettivi comuni, i risultati saranno quelli di cui oggi subiamo le conseguenze. Abbiamo il dovere di organizzarci per difendere la nostra produzione garantendola e tutelandola come si deve. Dobbiamo superare il muro della diffidenza e dell’individualismo per affrontare progetti coraggiosi ed innovativi.

Innovazione appunto non solo dal punto di vista dell’organizzazione produttiva e commerciale ma anche delle qualità sensoriali e salutistiche dell’olio extravergine di oliva che sono fortemente influenzate dalle condizioni agronomiche e tecnologiche di produzione.

Se ne parla poco,  ma anche le normali cure agronomiche ed i processi di estrazione meccanica influiscono sul miglioramento della qualità del prodotto anche dal punto di vista dell’ottimizzazione dei parametri che incidono direttamente sul contenuto in composti fenolici e volatili degli oli extravergine di oliva.

Queste sostanze, responsabili rispettivamente delle proprietà sensoriali e salutistiche sono i veri elementi esclusivi che caratterizzano un olio extravergine di qualità.

Non ha senso proseguire sulla strada di anticipare la fase della raccolta addirittura  ad ottobre, come sta accadendo da noi da qualche anno, quando sappiamo che un olio prodotto da olive completamente acerbe non può avere le giuste caratteristiche per il consumo fresco. Ma tant’è.

Ormai non c’è più limite e accade anche questo.

E’ risaputo che la composizione chimica dell’olio subisce delle variazioni più o meno profonde sia nel corso della maturazione dei frutti sia durante l’estrazione.

I polifenoli totali sono i composti più penalizzati; infatti vengono persi in parte durante la maturazione delle drupe e in gran parte nel corso del processo di estrazione dell’olio.

I polifenoli presenti nell’olio, come è noto, sono importanti, tra l’altro, per la loro attività antiossidante molto importante per la stabilità del prodotto durante la conservazione.

Tuttavia il contenuto fenolico di un olio è importante non solo per stabilizzare il prodotto, ma anche perché insieme agli altri componenti ne condiziona le proprietà organolettiche, nutrizionali e salutistiche.

Infatti congiuntamente a molti altri componenti dell’olio extravergine, sfruttando meccanismi diversi, hanno dimostrato la capacità di contrastare l’azione dei radicali liberi, ridurre i rischi di alcune malattie cardiovascolari, oppure di prevenire l’insorgenza di alcune forme di tumore.

Ovviamente la quantità di polifenoli è determinata dalla cultivar di oliva ed influenzata dalle condizioni pedo-climatiche, agronomiche e fitosanitarie.

Ma la quantità di polifenoli nell’olio è determinata anche dalle modalità seguite nella fase estrattiva che pare incide in maniera determinante sulla composizione chimica dell’olio ed in particolare dei composti fenolici, delle sostanze volatili e dai loro derivati quali i secoiridoidi e i lignani.

Importante è apprendere che su questo aspetto ci sono interessanti novità da parte delle competenti Autorità dell’Unione Europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che ha manifestato parere positivo circa il riconoscimento e di conseguenza la corrispondente comunicazione delle proprietà salutistiche dei composti fenolici dell’olio di oliva, facendo riferimento a degli studi che hanno verificato la  capacità dell’idrossitirosolo, contenuto nei secoiridoidi, di ridurre l’ossidazione del colesterolo cattivo  e quindi, di prevenire alcune malattie  cardiovascolari.

Una funzione che verrebbe realizzata ricorrendo ad un consumo giornaliero di idrossitirosolo, pari ad almeno 5 mg. al giorno corrispondenti a circa 20 gr. di olio extravergine.

Valore questo -  afferma la nota dell’Efsa -  che deve essere compatibile con una dieta caratterizzata da un consumo di grasso misurato. Tutto questo è possibile soltanto consumando oli caratterizzati da concentrazioni fenoliche medio-alte, proprietà biologica che non può essere attribuibile all’intera classe commerciale degli oli extravergine di oliva.

Ben vengano questi riconoscimenti che finalmente renderebbero giustizia e merito a quegli oli che si distinguono e si caratterizzano per queste peculiarità.

Se poi aggiungiamo che agli aspetti strettamente connessi alle attività antiossidanti e salutistiche i derivati secoiridoidi sono responsabili anche delle note sensoriali dell’olio extravergine come l’amaro e il pizzicore se  ne dedurrebbe che il nostro olio extravergine di oliva a racioppa o coratina non avrebbe paragone tra gli oli in commercio.

Diversi sono gli studi che vengono portati avanti in questo campo anche sotto il profilo del miglioramento tecnologico legato ai processi di frangitura e sul quale si potranno approfondire gli studi e le ricerche.

Ritengo che per la nostra olivicoltura non ci siano altre possibilità d’uscita se non vogliamo vedere abbandonati i nostri tradizionali impianti olivicoli; se non vogliamo vedere stravolto un territorio rurale sia sotto l’aspetto ambientale che paesistico non ci rimane che differenziarci mettendo in campo strategie mirate alla valorizzazione del nostro olio.

Solo la conoscenza e la divulgazione attraverso l’informazione può aiutarci ad uscire fuori da quel mare di olio che oggi ci affoga. Per questo il messaggio legato allo slogan Profumato, amaro, piccante. Buono per la salute deve diventare il nostro inno da far rimbalzare sui mercati e su questo punto l’amministrazione comunale della città di Andria è pronta a dare il proprio sostegno attraverso la condivisione degli obiettivi con tutti i nostri produttori a partire dal provvedimento di costituzione di parte civile da parte dell’Amministrazione comunale in tutti quei procedimenti in cui verranno accertati casi di sofisticazione e truffa scoperti sul nostro territorio. Anche l’istituzione di un consorzio ad hoc con quei produttori olivicoli che con coraggio stanno abbracciando il progetto promosso dall’amministrazione,  potrebbe davvero essere l’inizio di una nuova fase commerciale attraverso la possibilità di creare un adeguato sito di stoccaggio per consentire la programmazione della fase della commercializzazione attraverso lo sviluppo di incisive campagne per la valorizzazione e la conoscenza sotto il profilo organolettico e sensoriale del nostro prodotto principe dell'economia locale.

 

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