Venerdì 13 Gennaio 2012 17:03

XII EDIZIONE QOCO -INTERVENTO

Scritto da Benedetto Miscioscia

Con la celebrazione della XII edizione di Qoco abbiamo voluto continuare un percorso di innovazione della manifestazione rafforzandola con l’organizzazione di un seminario a tema e cogliendo l’opportunità  di celebrare sia la ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia e il made in Italy che il primo anniversario del riconoscimento alla dieta mediterranea da parte dell'Unesco di bene immateriale dell’umanità.

Un riconoscimento che ha una grande valenza culturale e scientifica per la nostra alimentazione.

Questo ci ha consentito di cogliere l’occasione per organizzare uno specifico convegno che tiene conto oltre al valore delle proprietà possedute dal nostro olio, del ruolo che assume nell’ambito della dieta mediterranea e delle prospettive nel campo del miglioramento qualitativo e commerciale.

Un’opportunità per sviluppare e diffondere la cultura dell’alimentazione legata alla conoscenza delle proprietà di alcuni componenti come l’olio extravergine di cui il nostro paese è tra i principali consumatori oltre che produttore anche se non in modo autosufficiente.

Riteniamo che sviluppare e diffondere la cultura della dieta mediterranea parlando dei suoi componenti e dei  benefici sulla salute sia importante anche per rafforzare il concetto che l’olio extravergine di qualità è legato alle sue specifiche caratteristiche organolettiche e nutrizionali.

Non a caso con questa XII edizione di Qoco abbiamo voluto coniare lo slogan di Profumato, amaro, piccante, buono per la salute, con la finalità di promuovere la conoscenza delle caratteristiche e delle specificità di un olio legato al territorio di provenienza e alle sue qualità sensoriali.

Unica vera alternativa per differenziarci sul mercato appiattito dalla globalizzazione ma anche dagli artifizi di mercato, attraverso la specificità e la qualità di ciascun olio espresso da specifiche cultivar.

 

Con  questo convegno, che rientra in un programma ampliato di ben tre giorni, oltre alla giornata dedicata all’utilizzo dell’olio in cucina, intendiamo sviluppare un percorso in cui oltre a parlare di olio e delle sue caratteristiche legate alle proprietà organolettiche, nutrizionali e salutistiche si parli anche del tema della valorizzazione degli oli monovarietali e delle politiche di marketing.

La XII edizione di QOCO vuole avviare un nuovo percorso promozionale commerciale che parte dalla cucina, con il coinvolgimento del mondo della ristorazione ed in particolare di quei cuochi  che intendono diventare gli ambasciatori della buona cucina e dei suoi componenti di qualità.

Parlare dell’olio di qualità dalle specifiche caratteristiche organolettiche e sensoriali, significa anche dare valore ad un componente essenziale della nostra alimentazione per far emergere un altro aspetto poco considerato: ovvero che l’olio non è solo un semplice grasso vegetale ma anche un farmaco.

Per questo credo molto nella ricerca e nell’approfondimento scientifico; ma credo anche nella sensibilità dei consumatori a recepire il messaggio che il primo passo per la prevenzione della nostra salute lo si fa quando ci si reca all’ipermercato.

In breve ritengo importante diffondere il tema dell’educazione alimentare prestando attenzione a ciò che si acquista, non solo tenendo conto unicamente del  prezzo assai spesso ingannevole.

Perseguire nell’azione di approfondire e divulgare le proprietà e le caratteristiche degli oli monovarietali, come intendiamo fare con la celebrazione di questo seminario, è un modo per farli emergere dall’appiattimento commerciale dei comuni oli, per la maggior parte costituiti da miscele di oli diversi della più disparata provenienza.

Puntare sulla qualità degli oli extravergine di oliva significa parlare delle  proprietà salutistiche attribuite alla concentrazione di acido oleico e alla presenza di composti come il fitosterolo, i carotenoidi, i tocoferoli e i polifenoli.

Parlare di olio extravergine e delle sue proprietà,  significa parlare di composti come l’oleocantale riscontrato nell’olio appena franto che svolgerebbe le stesse attività terapeutiche di un farmaco a base di “ibuprofene” un noto antifiammatorio.

L’oleocantale che sembra determini sotto l’aspetto organolettico quel senso di irritazione che si percepisce alla base della gola. Quella sensazione che percepiamo in particolare quando ingeriamo il nostro olio extravergine di oliva a racioppa o coratina.

Il nostro principale obiettivo è puntare sulla produzione di un olio di qualità evidenziandone gli aspetti nutrizionali e salutistici e creare opportunità commerciali oggi poco considerate.

Puntare sulla giusta epoca della raccolta, sul tipo di frantoio e sulle condizioni operative praticate durante le fasi di estrazione è fondamentale per salvaguardare al massimo la qualità dell’olio extravergine e garantire al consumatore attento la scelta opportuna tenendo conto del rapporto  prezzo-qualità.

Distinguere un olio per il suo profumo, il suo amaro ed il leggero piccante deve diventare l’elemento di distinzione e di caratterizzazione di una intera produzione fortemente legata al territorio di provenienza.

Questo è alla base della nostra strategia comunicativa: l’olio visto come elemento complementare per la prevenzione della nostra salute attraverso il suo consumo non solo come alimento ma anche come medicamento.

Ecco il motivo per il quale abbiamo voluto puntare sullo slogan “profumato, amaro, piccante buono per la salute, perché riteniamo che la strategia comunicativa, basata sugli approfondimenti scientifici diventa, poi,  essenziale per sviluppare un’efficace campagna di marketing.

Questo rappresenta il nostro investimento non solo dal punto di vista dell’immagine ma anche commerciale.

Per farlo dobbiamo lavorare sinergicamente con i nostri produttori per spingerli ad innovarsi sia sotto il profilo culturale che organizzativo e produttivo.

E’ evidente che solo la qualità, la certezza della provenienza, la maggiore conoscenza delle proprietà specifiche del nostro olio, oltre ad un’organizzazione della filiera produttiva dei nostri olivicoltori, possono consentirci di fare quel salto dal punto di vista commerciale che oggi ci manca.

Fino a quando ci sarà disgregazione tra i produttori e scarsa capacità organizzativa e mancata condivisione di obiettivi comuni, i risultati saranno quelli di cui oggi subiamo le conseguenze. Abbiamo il dovere di organizzarci per difendere la nostra produzione garantendola e tutelandola come si deve. Dobbiamo superare il muro della diffidenza e dell’individualismo per affrontare progetti coraggiosi ed innovativi.

Innovazione appunto non solo dal punto di vista dell’organizzazione produttiva e commerciale ma anche delle qualità sensoriali e salutistiche dell’olio extravergine di oliva che sono fortemente influenzate dalle condizioni agronomiche e tecnologiche di produzione.

Se ne parla poco,  ma anche le normali cure agronomiche ed i processi di estrazione meccanica influiscono sul miglioramento della qualità del prodotto anche dal punto di vista dell’ottimizzazione dei parametri che incidono direttamente sul contenuto in composti fenolici e volatili degli oli extravergine di oliva.

Queste sostanze, responsabili rispettivamente delle proprietà sensoriali e salutistiche sono i veri elementi esclusivi che caratterizzano un olio extravergine di qualità.

Non ha senso proseguire sulla strada di anticipare la fase della raccolta addirittura  ad ottobre, come sta accadendo da noi da qualche anno, quando sappiamo che un olio prodotto da olive completamente acerbe non può avere le giuste caratteristiche per il consumo fresco. Ma tant’è.

Ormai non c’è più limite e accade anche questo.

E’ risaputo che la composizione chimica dell’olio subisce delle variazioni più o meno profonde sia nel corso della maturazione dei frutti sia durante l’estrazione.

I polifenoli totali sono i composti più penalizzati; infatti vengono persi in parte durante la maturazione delle drupe e in gran parte nel corso del processo di estrazione dell’olio.

I polifenoli presenti nell’olio, come è noto, sono importanti, tra l’altro, per la loro attività antiossidante molto importante per la stabilità del prodotto durante la conservazione.

Tuttavia il contenuto fenolico di un olio è importante non solo per stabilizzare il prodotto, ma anche perché insieme agli altri componenti ne condiziona le proprietà organolettiche, nutrizionali e salutistiche.

Infatti congiuntamente a molti altri componenti dell’olio extravergine, sfruttando meccanismi diversi, hanno dimostrato la capacità di contrastare l’azione dei radicali liberi, ridurre i rischi di alcune malattie cardiovascolari, oppure di prevenire l’insorgenza di alcune forme di tumore.

Ovviamente la quantità di polifenoli è determinata dalla cultivar di oliva ed influenzata dalle condizioni pedo-climatiche, agronomiche e fitosanitarie.

Ma la quantità di polifenoli nell’olio è determinata anche dalle modalità seguite nella fase estrattiva che pare incide in maniera determinante sulla composizione chimica dell’olio ed in particolare dei composti fenolici, delle sostanze volatili e dai loro derivati quali i secoiridoidi e i lignani.

Importante è apprendere che su questo aspetto ci sono interessanti novità da parte delle competenti Autorità dell’Unione Europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che ha manifestato parere positivo circa il riconoscimento e di conseguenza la corrispondente comunicazione delle proprietà salutistiche dei composti fenolici dell’olio di oliva, facendo riferimento a degli studi che hanno verificato la  capacità dell’idrossitirosolo, contenuto nei secoiridoidi, di ridurre l’ossidazione del colesterolo cattivo  e quindi, di prevenire alcune malattie  cardiovascolari.

Una funzione che verrebbe realizzata ricorrendo ad un consumo giornaliero di idrossitirosolo, pari ad almeno 5 mg. al giorno corrispondenti a circa 20 gr. di olio extravergine.

Valore questo -  afferma la nota dell’Efsa -  che deve essere compatibile con una dieta caratterizzata da un consumo di grasso misurato. Tutto questo è possibile soltanto consumando oli caratterizzati da concentrazioni fenoliche medio-alte, proprietà biologica che non può essere attribuibile all’intera classe commerciale degli oli extravergine di oliva.

Ben vengano questi riconoscimenti che finalmente renderebbero giustizia e merito a quegli oli che si distinguono e si caratterizzano per queste peculiarità.

Se poi aggiungiamo che agli aspetti strettamente connessi alle attività antiossidanti e salutistiche i derivati secoiridoidi sono responsabili anche delle note sensoriali dell’olio extravergine come l’amaro e il pizzicore se  ne dedurrebbe che il nostro olio extravergine di oliva a racioppa o coratina non avrebbe paragone tra gli oli in commercio.

Diversi sono gli studi che vengono portati avanti in questo campo anche sotto il profilo del miglioramento tecnologico legato ai processi di frangitura e sul quale si potranno approfondire gli studi e le ricerche.

Ritengo che per la nostra olivicoltura non ci siano altre possibilità d’uscita se non vogliamo vedere abbandonati i nostri tradizionali impianti olivicoli; se non vogliamo vedere stravolto un territorio rurale sia sotto l’aspetto ambientale che paesistico non ci rimane che differenziarci mettendo in campo strategie mirate alla valorizzazione del nostro olio.

Solo la conoscenza e la divulgazione attraverso l’informazione può aiutarci ad uscire fuori da quel mare di olio che oggi ci affoga. Per questo il messaggio legato allo slogan Profumato, amaro, piccante. Buono per la salute deve diventare il nostro inno da far rimbalzare sui mercati e su questo punto l’amministrazione comunale della città di Andria è pronta a dare il proprio sostegno attraverso la condivisione degli obiettivi con tutti i nostri produttori a partire dal provvedimento di costituzione di parte civile da parte dell’Amministrazione comunale in tutti quei procedimenti in cui verranno accertati casi di sofisticazione e truffa scoperti sul nostro territorio. Anche l’istituzione di un consorzio ad hoc con quei produttori olivicoli che con coraggio stanno abbracciando il progetto promosso dall’amministrazione,  potrebbe davvero essere l’inizio di una nuova fase commerciale attraverso la possibilità di creare un adeguato sito di stoccaggio per consentire la programmazione della fase della commercializzazione attraverso lo sviluppo di incisive campagne per la valorizzazione e la conoscenza sotto il profilo organolettico e sensoriale del nostro prodotto principe dell'economia locale.

 

TRATTO DALLO SPECIALE OLIO DI OLIVA DELL’INFORMATORE AGRARIO n. 36/2011

www.informatoreagrario.it/rdLia/11ia36_5974_web

 

ESTRAZIONE MECCANICA E QUALITA’ DEGLI OLI EXTRAVERGINI DI OLIVA

di Maurizio Servili, Stefania Urbani, Roberto Selvaggini, Agnese Taticchi, Sonia Esposto, Gianluca Veneziani, Ilona di Maio

 

Nel settore dell’estrazione meccanica degli oli vergini di oliva le innovazioni di processo sono per lo più viste in relazione al miglioramento della qualità del prodotto che a sua volta è legato all’ottimizzazione dei parametri che incidono direttamente sul contenuto in composti fenolici e volatili degli oli vergini di oliva. Queste sostanze, responsabili rispettivamente delle sue proprietà salutistiche e sensoriali, rappresentano i veri elementi di esclusività della composizione degli oli extravergini di oliva (Servili et al., 2004; Angerosa et al., 2004).

 

LE SOSTANZE INDICATRICI DELLA QUALITA’

I composti fenolici e le sostanze volatili a impatto sensoriale possono essere considerati i principali indicatori in grado di definire l’effetto che la tecnologia di estrazione meccanica esercita sulle caratteristiche qualitative finali del prodotto (Servili e Montedoro, 2002; Servili et al., 2004; Angerosa et al., 2004).

L’innovazione di processo in questo settore si sta, infatti, orientando verso alcune linee guida fondamentali:

·        Produrre oli caratterizzati sempre più da alti livelli di qualità sia sensoriali sia salutistica;

·        Definire tecnologie innovative volte a valorizzare i prodotti secondari dell’estrazione meccanica, quali le sanse vergini e le acque di vegetazione.

 

COMPOSTI FENOLICI IDROFILI

Sono gli antiossidanti più esclusivi degli oli extravergini di oliva (Servili e Montedoro, 2002; Servili et al., 2004) e vengono originati durante il processo di estrazione meccanica dell’olio a partire dalle sostanze fenoliche presenti nel frutto dell’oliva (Servili et al. 2004). Le forme più peculiari di queste sostanze contenute negli oli extravergini sono rappresentate dai derivati dei secoiridoidi e dei lignani.

Proprietà salutistiche degli antiossidanti

Su questo aspetto ci sono interessanti novità da parte dell’Autorità Europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che ha manifestato parere positivo circa il riconoscimento e quindi la corrispondente comunicazione al consumatore delle proprietà salutistiche dei composti fenolici dell’olio di oliva.

In particolare si fa riferimento alla capacità dell’idrossitirosolo, contenuto nei secoiridoidi, di ridurre l’ossidazione dell’LDL colesterolo (quello “cattivo”) e, quindi, di prevenire alcune malattie cardiovascolari (Covas 2008 a, 2008 b).

Tuttavia questa funzione viene riconosciuta in seguito a un consumo giornaliero di idrossitirosolo pari ad almeno 5mg7giorno (circa 20 gr. al giorno di olio extravergine).

Valore questo che, afferma la nota dell’Efsa, deve essere compatibile con una dieta caratterizzata da un consumo di grasso misurato.

Ciò è possibile soltanto consumando oli caratterizzati da concentrazioni fenoliche medio-alte, proprietà biologica non attribuibile all’intera classe commerciale degli oli extravergini di oliva.

Sostanze responsabili delle note sensoriali

Oltre agli aspetti strettamente connessi alle attività antiossidanti e salutistiche i derivati dei secoiridoidi sono responsabili delle note sensoriali dell’olio extravergine di oliva. Infatti numerose ricerche hanno dimostrato che tali sostanze sono responsabili delle note tipiche di “amaro” e “pungente" dell’olio extravergine di oliva. L’altro importante gruppo di sostanze, responsabile del caratteristico aroma (flavour) dell’olio extravergine, è rappresentato dai composti volatili. Sono stati identificati più di 180 composti responsabili delle note olfattive di questo prodotto, ma la loro correlazione con l’aroma non è ancora ben conosciuta. In generale si può affermare che il falovour di un olio extravergine evidenzia note molto diverse tra loro come il “fruttato erbaceo”, il “floreale”, la “mela verde, il “pomodoro”, la “mandorla”, ecc..

Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche è stata documentata solo la correlazione tra l’aroma di “fruttato erbaceo” e le aldeidi e gli alcoli saturi e insaturi a 5 e a 6 atomi di carbonio (rispettivamente C5 e C6) che si originano dall’attività della lipossigenasi durante l’estrazione meccanica dell’olio (Angerosa et al., 2004).

Processi di Frangitura

L’innovazione di processo per il miglioramento delle qualità dell’olio è stata resa possibile da alcune conoscenze di base che riguardano la composizione e la distribuzione degli enzimi endogeni, cioè prodotti dal frutto stesso, dell’oliva (Servili et al., 2000, Servili et al., 2007; Servili et al., 2008).

Conoscere la distribuzione delle attività enzimatiche endogene della drupa rende possibile una loro attivazione diversificata cercando di intervenire selettivamente sulle varie parti costitutive della drupa in fase di frangitura pe migliorare la qualità dell’olio estratto.

Durante la frangitura, infatti, si ha l’attivazione del patrimonio enzimatico endogeno del frutto, che catalizza una serie di reazioni che sono alla base della qualità salutistica dell’olio vergine di oliva: la formazione degli aromi inizia in fase di frangitura per azione della lipossigenasi (LPO), così come la trasformazione dei composti fenolici glucosidi quali l’oleuropeina, la demetiloleuropeina e il ligustro side nei relativi agliconi (forme più solubili nell’olio) mediante l’intervento delle glicosidasi. Insieme a queste reazioni positive, la frangitura attiva anche complessi enzimatici che hanno un’attività negativa, quali le polifenolossidasi (PPO) e per ossidasi (POD), e catalizzano la degradazione delle sostanze fenoliche nella fase di gramolatura.

Questi enzimi sono distribuiti in forma diversa nelle parti costitutive della drupa: a POD in particolare è ampiamente contenuta nel seme, la PPO e le glicosidasi sono presenti quasi esclusivamente nella polpa, mentre la LPO è contenuta in tutte le parti costitutive del frutto (tabella 1), anche se la LPO contenuta nel seme ha un basso impatto sulla produzione degli aromi dell’olio.

Sul diverso contenuto di enzimi nella polpa e nel seme si basano i frangitori a effetto differenziato sulle parti solide, tra i quali possono essere annoverati, oltre ai denocciola tori, i frangitori a denti, a coltelli e i frangitori a doppia griglia. Tutte queste tipologie di frangitura, avendo un basso impatto sulla degradazione dei tessuti del seme, provocano una ridotta liberazione della perossidasi in esso contenuti riducendo la reazione negativa per la qualità dell’olio di ossidazione delle sostanze fenoliche.

In questo contesto la denocciolatura delle olive ha evidenziato un marcato effetto positivo sulla composizione fenolica e volatile degli oli extravergini di oliva ottenuti. Gli oli estratti da paste denocciolate, infatti, mostrano un aumento dei composti fenolici, soprattutto per quanto riguarda i derivati dei secoiridoidi e al contempo evidenziano una maggiore concentrazione delle sostanze volatili, quali aldeidi e alcoli a 6 atomi di carbonio (C6) derivate dall’attività della lipossigenasi (Servili et al., 2007).

Va però osservato che l’estrazione meccanica dell’olio da paste denocciolate, allo stato attuale delle conoscenze, comporta una significativa riduzione delle rese industriali di estrazione. Questo aspetto è dovuto al fatto che l’eliminazione del nocciolo triturato, che esercita un importante potere drenante, riduce l’efficienza di separazione dell’olio dalle paste di oliva nella fase di strazione (separazione solido-liquido). Una via alternativa alla denocciola tura, in termini di qualità dell’olio, può essere rappresentata dagli altri frangitori ad effetto differenziato sulle parti solide sopra citati; questi evidenziano risultati simili a quelli osservati con la denocciolatura ma, al tempo stesso, non comportano gli effetti negativi sulle rese all’estrazione generalmente propri della lavorazione da paste denocciolate.

GRAMOLATURA

Altra fase fondamentale nel processo di estrazione meccanica degli oli di oliva è rappresentato dalla gramolatura. L’evoluzione anche in questo settore sta andando verso il controllo selettivo in fase di processo degli nzimi, quali polifenolossidasi, per ossidasi e lipossigenasi.

Nella fase di gramolatura, dopo la frangitura, andrebbe favorita solo l’attività lipossigenasica, in quanto è alla base della produzione aromatica, mentre le attività di polifenolossidasi e per ossidasi andrebbero inibite in quanto responsabili della degradazione dei composti fenolici (Servili et al., 2003), quindi l’abbattimento della qualità dell’olio.

Controllo del contenuto di ossigeno in fase di gramolatura

L’effetto delle diverse concentrazioni di ossigeno in gramolatura sulla composizione fenolica e volatile nell’olio di Coratina e Ogliarola evidenziano come la concentrazione in polifenoli dell’olio sia strettamente dipendente sia dalla cultivar lavorata che dal contenuto di ossigeno presente in gramola. Tale osservazione scientifica ci permette di concludere che il quantitativo in antiossidanti potrebbe essere regolato in modo selettivo, limitando la concentrazione nella cultivar ricche (come la Coratina) enfatizzandola in quelle povere (come l’Ogliarola) di queste sostanze (Migliorini et al., 2006; Servili et al., 2008).

Il contenuto aromatico (frazione volatile) degli oli, invece, ha mostrato un andamento indipendente dal contenuto di ossigeno utilizzato nel corso della gramolatura (Servili et al. 2008).

  

Controllo della temperatura in fase di gramolatura.

Si tratta di un’altra variabile di processo rilevante. L’uso di gramolatrici a scambio gassoso controllato ha mostrato che per motivi legati ai bassi processi di ossidazione, gramolature condotte a temperature crescenti comportano un incremento del contenuto fenolico dell’olio. Questo dato che evidenzia un andamento del tutto opposto a quello ottenuto con gramole aperte caratterizzate sa scambi con l’ossigeno continui in grado di favorire la degradazione ossidativa dei composti fenolici. I risultati ottenuti con gramolatrici a scambio gassoso controllato e, quindi, con paste gramolate in presenza di basse concentrazioni di ossigeno, evidenziano che gramolando a 35°C si hanno concentrazioni fenoliche nell’olio più elevate che a 20°C. Questo aspetto, che porterebbe all’adozione di temperature di processo più elevate rispetto a quelle consigliate in passato, va però combinato con l’evoluzione in relazione alla temperatura dei composti volatili ad impatto sensoriale. Da quanto osservato circa l’evoluzione di questi composti va considerato che quelli direttamente legati alle note di fruttati erbaceo fresco e floreale – rispettivamente aldeidi a C6 insature, ma soprattutto gli esteri – sono negativamente influenzati dall’aumento della temperatura di gramolatura. Gli oli ottenuti gramolando a temperature di 35°C presentano un calo delle aldeidi e degli esteri. Invece gli alcoli presentano un andamento non univoco in relazione alla temperatura. Quindi l’innalzamento della temperatura di gramolatura può avere un effetto positivo sul contenuto fenolico, ma negativo sulla nota aromatica.

In  relazione a quanto detto su questi due parametri è possibile affermare che la temperatura ottimale del processo di gramolatura dovrebbe essere fissata intorno ai 25°C in modo da bilanciare l’effetto, positivo e negativo rispettivamente, su composti fenolici e sugli aromi. Va però osservato come le variabili di processo dovranno essere adattate alla cultivar in quanto le variazioni sulla composizione fenolica e volatile evidenziate dalle stesse condizioni operative sono fortemente diverse in relazione alla varietà considerata.

VARIABILI DI PROCESSO IN BASE ALLA VARIETA’

Le variabili tecnologiche di processo giocano un ruolo fondamentale nei riguardi delle caratteristiche qualitative degli oli strettamente e correlate alle proprietà salutistiche e sensoriali del prodotto. Tuttavia è necessario tenere presente che le diverse cultivar evidenziano un comportamento differenziato in relazione agli stessi parametri operativi. Pertanto il lavoro che andrà condotto nei prossimi anni sarà l’ottimizzazione delle variabili di processo che dovrà portare alle definizione di protocolli operativi di lavorazione delle olive differenziati in funzione del diverso comportamento tecnologico delle cultivar nazionali.

Riprendo un articolo di Antonio Signorini pubblicato sul  Giornale del n° 130 a proposito della privatizzazione degli acquedotti che manco a dirlo i primi a proporlo furono proprio loro.

“Oggi sono i maggiori sostenitori dei referendum. Uno – Antonio Di Pietro – è addirittura tra i promotori mentre l’altro – Pier Luigi Bersani – dopo avere un po’ tentennato, ha deciso di metterci la faccia e a farne il prossimo cavallo di battaglia del partito democratico. Pochi anni fa erano dall’altra parte della barricata. Nel 2006, ad esempio, i loro nomi erano riportati in grassetto sulla prima pagina di un disegno di legge che si proponeva lo stesso obiettivo delle norme che vorrebbero abrogare con il voto del 12 e 13 giugno: liberalizzare la gestione dei servizi di utilità pubblica e fare entrare i privati dove il pubblico non riesce, per incapacità o peggio. Il disegno di legge è una delega al governo per il riordino dei servizi pubblici locali. Porta la firma di un presidente del Consiglio, Romano Prodi, e di cinque ministri proponenti. Lidia Lanzillotta, Pier Luigi Bersani, Giuliano Amato, Antonio Di Pietro ed Emma Bonino. Di questi l’unica che sicuramente non ha cambiato idea è la prima, che ha aderito al comitato per il No. Non pervenute, per il momento, le posizioni di Amato e di Prodi, mentre per la Bonino vale la mozione dei radicali: le liberalizzazioni servono, ma è prioritaria la partecipazione al voto per salvare i referendum. E poi, in fondo, il quesito può servire ad avviare un dibattito sul tema. I leader di Partito democratico e Italia dei valori non hanno sentito la necessità di motivare in modo così articolato la rinuncia alle lenzuolate e a un passato quasi liberista. Anche perché sarebbe difficile per entrambi. Proverbiali le rampogne del Di Pietro versione ministro contro gli ambientalisti che gli mettevano i bastoni tra le ruote. Mentre il segretario del PD ha costruito la sua fortuna politica proprio sulla fama di liberalizzatore. Solo tre anni fa Bersani, ad un convegno del PD, chiariva ai militanti la posizione del partito: i privati devono entrare nella gestione dei servizi pubblici e questo vale anche per l’acqua. I movimenti che vogliono mantenerla pubblica? Posizioni terzomondiste e no global che sono giuste, ma più adatte al Brasile “dove ci sono i padroni dell’acqua”. Non da noi dove “ ci sono gli acquedotti che perdono”. Giusto che l’acqua resti pubblica che le infrastrutture siano in mano a regioni, province e comuni. Ma per gestire il servizio serve “qualcun in grado di fare quel mestiere lì”. Come in Francia dove “due grandissime società si sono sempre occupate di acqua arrivando a specializzazioni eccezionali”. Ricetta da copiare anche da noi? No, in Italia è meglio “una partnership industriale” pubblico e privato, dove il 60 per cento rimane in mano pubblica. Stessa ricetta della legge che, a detta del PD versione 2011, apre le porte alla privatizzazione del bene primario per eccellenza e va combattuta con il voto. Formula che il governo Prodi voleva realizzare, anche perché l’Europa a chiederlo. Allora premier, ma anche Bersani e Di Pietro in veste di ministri, dovettero ingaggiare un braccio di ferro con i partiti della sinistra estrema e arrivarono a costituire un comitato per salvare le lenzuolate di Lanzillotta. Non ci riuscirono. Oggi imitato gli avversari interni di quegli anni e si accodano ai referendum nati nell’area un tempo chiamata o no global. Dall’altro canto l’obiettivo della consultazione di giugno è noto. Affondiamolo con il referendum titolava ieri il Fatto quotidiano. Con il referendum togliamo le ultime macchie al giaguaro”, aveva detto poco prima Bersani festeggiando i ballottaggi. Tanto varrebbe, insomma, ridurre le schede da quattro a una porre agli elettori un unico semplice quesito: volete mandare a casa Silvio Berlusconi? Sarebbe più onesto.

Martedì 24 Maggio 2011 00:01

RISPOSTE AI REFERENDUM

Scritto da Benedetto Miscioscia

“UN REFERENDUM  CHE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI”

 

Che l’acqua sia un bene comune essenziale, è fuori di dubbio, ma che si possa sprecare per colpa di acquedotti colabrodo non è tollerabile, sopratutto se si considera che a livello nazionale si devono prelevare 165 litri di acqua per utilizzarne 100 litri. Una situazione peggiore nel sud in cui per distribuire 100 lt. di acqua se ne devono prelevare addirittura 200 lt.. In Puglia, poi, stando ai dati Istat del 2008, la percentuale di perdita della rete idrica sarebbe pari al 47%; ovvero dei 485,3 milioni di metri cubi di acqua immessa nella rete, solo 259,1 milioni di metri cubi verrebbe erogata. Se l’acqua è un diritto fondamentale, ovvero un bene a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa, grazie all’inefficienza dei nostri acquedotti, venga sprecata così?  E cosa dire del livello di indebitamento a cui devono far fronte le c.d. società a gestione pubblica? Il referendum sull’acqua lo ritengo strumentale e demagogico; più di natura ideologica che utile: “un vero e proprio buco nell’acqua”. Ritengo che si stia facendo solo cattiva informazione. Se il Decreto Ronchi in effetti prevede una progressiva riduzione del peso degli Enti locali nelle società a partecipazione pubblica già quotate in borsa, è anche vero però che la quota pubblica massima anche nel 2016, potrebbe assestarsi comunque al 30% del capitale, con le amministrazioni locali obbligate a vendere un pezzo delle partecipate solo nel caso in cui vogliono mantenere l’affidamento diretto. Tutti abbiamo diritto all’acqua e tutti  vogliamo che arrivi direttamente nelle nostre case potabilizzata. Per farlo però c’è bisogno di un’organizzazione infrastrutturale con costi di gestione che vanno razionalizzati e migliorati attraverso una gestione manageriale. Un vero e proprio servizio. Ritengo in questo caso che il referendum proposto, faccia acqua da tutte le parti e anche per questo diciamo NO all’inefficienza e allo spreco.

 

“SUL NUCLEARE RIFLETTIAMO MA NON RINUNCIAMO”

 

Il Movimento Fareambiente Puglia, in sintonia con quello nazionale, in merito alla questione del nucleare, pur evidenziando che il nostro paese rimane a rischio energia per la forte dipendenza dalla fornitura estera (80% del proprio fabbisogno), al momento è per una moratoria  sul referendum non per divagare ma piuttosto per  invitare alla riflessione sul futuro energetico del nostro paese, oggi fortemente deficitario. Non bisogna dimenticare che il nostro Paese importa energia nucleare dalla Francia e ne produce altra  utilizzando petrolio, carbone e  gas. Senza considerare la pesante incidenza che queste fonti fossili provocano in termini di emissione di CO2 ,  che tutti, a parole, vogliono che sia ridotta. La nostra posizione riguardo al Nucleare si  contraddistingue per essere possibilista, come forma complementare per un mix energetico. Dunque non può essere considerata  semplicemente diniego. Peraltro, è bene ricordarlo, il c.d. “Rischio Zero” non esiste e anche per questo Fare Ambiente chiede che venga valutata la sostenibilità del rischio nucleare, in quanto la sicurezza viene prima di tutto. Se in Italia non ci dovessero essere siti idonei a garantire la sicurezza, allora il nucleare non si farà. Allo stesso tempo, però, coerentemente con quanto si va professando, occorrerebbe che venga effettuato lo stress test alle circa 80 centrali nucleari di cui siamo circondati, pretendendone la chiusura  se non risulteranno più sicure. Ma non possiamo essere contrari a  priori al nucleare, in quanto queste cose, dovrebbero valere anche per gli idrocarburi. Per tutte queste cose Fare Ambiente pone una questione: “qual è il rischio minore per una migliore qualità della vita?”

Sull'acqua e sul suo utilizzo ormai si stanno spendendo fiumi di parole per un referendum che fa acqua da tutte le parti, in tutti i sensi. Solo il popolo ideologizzato schierato a sinistra vede vapore acqueo ovunque come nebbia. Una nebbia che a quanto pare ha annebbiato il loro pensiero per non dire altro. Insomma un'altra campagna di disinformazione messa in moto dal popolo di sinistra che ormai vede in ogni legge varata dal centrodestra il diavolo ovunque. sull'acqua si sta tentando di far passare il messaggio della privatizzazione come se adesso l'acqua l'abbiamo gratis. Nessuno dice che, fermo restando un bene essenziale primario, l'acqua va raccolta, potabilizzata e distribuita per farla arrivare ai nostri rubinetti. Un vero e proprio servizio che va regolamentato per salvaguardare il risparmio attraverso l'efficacia e l'efficienza della rete di distribuzione che oggi fa acqua in tutti i sensi. infatti i nostri acquedotti sono in gran parte dei veri e propri colabrodi di cui nessuno ne parla. ora si tenta di fare una battaglia politica non sul principio che punta a migliorare il servizio della rete idrica, bensì per principio nei confronti di un Governo che secondo la vulgata sinistroide vuole solo privatizzare per sottrarre l'acqua ai cittadini e favorire l'arricchimento delle solite multinazionali. Ma chi vule riflettere, rifletta sul come e sul perchè le battaglie messe in atto da partiti e movimenti di sinistra tentano sempre di ridimensionare iniziative che puntano a migliorare il sistema per puntare anche a ridurre gli sprechi e i costi gestionali a vantaggio degli utenti e non a svantaggio. Ma si sa chi predica bene razzola male.
E' utile a tal proposito riprendere un passaggio di Albero Mingardi da Il Sole 24 Ore che scrive: 
“Per l'acqua “bene comune”, si è sviluppato un consenso vastissimo e spontaneo: una partecipazione così impressionante non si spiega solamente con l'efficienza della macchina organizzativa di chi, essendo fuori dal Parlamento, deve inventarsi campagne per restare vivo. Il lessico politico degli anti-liberalizzatori è accattivante. Chi difende il decreto Ronchi lo fa sulla base di ragioni di efficienza. Loro parlano di un diritto umano fondamentale. È facile fare le barricate «per il bene comune». Ma ogni tanto, il bene comune può essere il peggior nemico del buon senso.
Chi infatti abbia un po' di buon senso non può difendere uno status quo che ci vede, sulla media nazionale, prelevare 165 litri d'acqua per erogarne 100. I dati Istat sulla dispersione idrica fotografano da anni una situazione preoccupante, soprattutto in alcune regioni del Sud, dove per distribuire 100 litri di acqua debbono esserne addirittura captati altri 100. Perché l'acqua sia un «diritto fondamentale», ovvero perché l'accesso alle risorse idriche sia effettivamente a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa venga sprecata così?”

Secondo voi c’è da aggiungere altro?


Adesso, però, leggiamo i famigerati articoli che chiedono di abrogare e di cosa parlano:
Art. 23-bis. legge 133/2008

Servizi pubblici locali di rilevanza economica

1. Le disposizioni del presente articolo disciplinano l'affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonche' di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell'articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili.

2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità europea e dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità.

3. In deroga alle modalità di affidamento ordinario di cui al comma 2, per situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l'affidamento può avvenire nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria.

4. Nei casi di cui al comma 3, l'ente affidante deve dare adeguata pubblicità alla scelta, motivandola in base ad un'analisi del mercato e contestualmente trasmettere una relazione contenente gli esiti della predetta verifica all'Autorità garante della concorrenza e del mercato e alle autorità di regolazione del settore, ove costituite, per l'espressione di un parere sui profili di competenza da rendere entro sessanta giorni dalla ricezione della predetta relazione.

5. Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati.

6. E' consentito l'affidamento simultaneo con gara di una pluralità di servizi pubblici locali nei casi in cui possa essere dimostrato che tale scelta sia economicamente vantaggiosa. In questo caso la durata dell'affidamento, unica per tutti i servizi, non può essere superiore alla media calcolata sulla base della durata degli affidamenti indicata dalle discipline di settore.

7. Le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze e d'intesa con la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, possono definire, nel rispetto delle normative settoriali, i bacini di gara per i diversi servizi, in maniera da consentire lo sfruttamento delle economie di scala e di scopo e favorire una maggiore efficienza ed efficacia nell'espletamento dei servizi, nonche' l'integrazione di servizi a domanda debole nel quadro di servizi più redditizi, garantendo il raggiungimento della dimensione minima efficiente a livello di impianto per più soggetti gestori e la copertura degli obblighi di servizio universale.

8. Salvo quanto previsto dal comma 10, lettera e) le concessioni relative al servizio idrico integrato rilasciate con procedure diverse dall'evidenza pubblica cessano comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2010, senza necessità di apposita deliberazione dell'ente affidante. Sono escluse dalla cessazione le concessioni affidate ai sensi del comma 3.

9. I soggetti titolari della gestione di servizi pubblici locali non affidati mediante le procedure competitive di cui al comma 2, nonche' i soggetti cui e' affidata la gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni patrimoniali degli enti locali, qualora separata dall'attività di erogazione dei servizi, non possono acquisire la gestione di servizi ulteriori ovvero in ambiti territoriali diversi, ne' svolgere servizi o attività per altri enti pubblici o privati, ne' direttamente, ne' tramite loro controllanti o altre società che siano da essi controllate o partecipate, ne' partecipando a gare. Il divieto di cui al periodo precedente non si applica alle società quotate in mercati regolamentati. I soggetti affidatari diretti di servizi pubblici locali possono comunque concorrere alla prima gara svolta per l'affidamento, mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica, dello specifico servizio già a loro affidato. In ogni caso, entro la data del 31 dicembre 2010, per l'affidamento dei servizi si procede mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica.

10. Il Governo, su proposta del Ministro per i rapporti con le regioni ed entro centottanta giorni alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, nonche' le competenti Commissioni parlamentari, emana uno o più regolamenti, ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, al fine di:

a) prevedere l'assoggettamento dei soggetti affidatari diretti di servizi pubblici locali al patto di stabilità interno e l'osservanza da parte delle società in house e delle società a partecipazione mista pubblica e privata di procedure ad evidenza pubblica per l'acquisto di beni e servizi e l'assunzione di personale;

b) prevedere, in attuazione dei principi di proporzionalità e di adeguatezza di cui all'articolo 118 della Costituzione, che i comuni con un limitato numero di residenti possano svolgere le funzioni relative alla gestione dei servizi pubblici locali in forma associata;

c) prevedere una netta distinzione tra le funzioni di regolazione e le funzioni di gestione dei servizi pubblici locali, anche attraverso la revisione della disciplina sulle incompatibilità;

d) armonizzare la nuova disciplina e quella di settore applicabile ai diversi servizi pubblici locali, individuando le norme applicabili in via generale per l'affidamento di tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica in materia di rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas, nonche' in materia di acqua;

e) disciplinare, per i settori diversi da quello idrico, fermo restando il limite massimo stabilito dall'ordinamento di ciascun settore per la cessazione degli affidamenti effettuati con procedure diverse dall'evidenza pubblica o da quella di cui al comma 3, la fase transitoria, ai fini del progressivo allineamento delle gestioni in essere alle disposizioni di cui al presente articolo, prevedendo tempi differenziati e che gli affidamenti diretti in essere debbano cessare alla scadenza, con esclusione di ogni proroga o rinnovo;

f) prevedere l'applicazione del principio di reciprocità ai fini dell'ammissione alle gare di imprese estere;

g) limitare, secondo criteri di proporzionalità, sussidiarietà orizzontale e razionalità economica, i casi di gestione in regime d'esclusiva dei servizi pubblici locali, liberalizzando le altre attività economiche di prestazione di servizi di interesse generale in ambito locale compatibili con le garanzie di universalità ed accessibilità del servizio pubblico locale;

h) prevedere nella disciplina degli affidamenti idonee forme di ammortamento degli investimenti e una durata degli affidamenti strettamente proporzionale e mai superiore ai tempi di recupero degli investimenti;

i) disciplinare, in ogni caso di subentro, la cessione dei beni, di proprietà del precedente gestore, necessari per la prosecuzione del servizio;

l) prevedere adeguati strumenti di tutela non giurisdizionale anche con riguardo agli utenti dei servizi;

m) individuare espressamente le norme abrogate ai sensi del presente articolo.

11. L'articolo 113 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, e' abrogato nelle parti incompatibili con le disposizioni di cui al presente articolo.

12. Restano salve le procedure di affidamento già avviate alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

 Art. 154 comma 1 Dlgs n. 152/2006

Tariffa del servizio idrico integrato
1. La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell'entità dei costi di gestione delle opere, dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell'Autorità d'ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio "chi inquina paga". Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.

 

 

La continua evoluzione del mercato dell’olio extravergine caratterizzato non solo dalla concorrenza di oli comunitari ed extracomunitari  ma anche da oli deodorati ci obbliga a dover intraprendere nuovi percorsi organizzativi sia sotto il profilo produttivo che commerciale al fine di poterci collocare sul mercato con un prodotto che si identifichi con il territorio di origine. La nuova sfida alla globalizzazione del mercato in campo commerciale, parte innanzitutto dalla qualità espressa dal  prodotto di un territorio con una propria identità ed una propria tipicità. Tutto questo non può prescindere dal fatto che è nei fatti l’omogeneità produttiva che caratterizza la nuova Provincia Barletta-Andria-Trani e che questa nuova situazione ci porta a dire che non ha più senso continuare a considerare la nostra produzione di olio extravergine di oliva coratina o di racioppa come DOP Terra di Bari accompagnata dalla menzione “Castel del Monte”.

Credo sia maturo il tempo per avere il coraggio di ammettere che la DOP Terra di Bari fino ad oggi non ha garantito quella tutela e quella valorizzazione auspicata. Continuare ad identificare la nostra produzione di olio come sottozona della DOP Terra di Bari, non ha più senso, soprattutto se si considera che la maggior parte della produzione olearia, caratterizzata dall’extravergine di oliva a racioppa o coratina, si concentra nei comuni che dalla Murgia al mare costituiscono la nuova Provincia dominata, guarda caso dal maestoso Castel del Monte. In una logica di vera tutela e valorizzazione del nostro olio non è più pensabile che si debba fare riferimento ad un disciplinare di una DOP che prevede parametri ben lungi da quelli che caratterizzano realmente il nostro olio extravergine. Se parliamo di Consorzio di tutela e valorizzazione di un particolare olio, allora bisognerà rivedere le sue caratteristiche al consumo previste nell’attuale disciplinare. Non è tollerabile constatare parametri identici o quasi, se si esclude il valore del K232, a quelli previsti per la “Cima di Bitonto”. Mi chiedo a questo punto di quale olio parliamo? Cosa distingue realmente la produzione accompagnata dalla menzione Castel del Monte da quella che accompagna “Bitonto”?

Un rilievo doveroso, senza per questo voler sminuire la qualità di altri oli. Ma se parliamo di tutela e se questa tutela deve riguardare specifiche e tipiche produzioni che sono differenti per qualità legata ai genotipi e ai territori, allora dobbiamo essere consequenziali. Mi chiedo a volte quante saranno le aziende che commercializzano realmente olio che contengano 80% di coratina e 20% di altri oli?  E a proposito degli altri oli ci siamo mai chiesti da dove provengono e di quale qualità? 

Chi ci assicura che gli oli commercializzati come DOP siano espressione di qualità garantita prodotti esclusivamente di quel territorio indicato? Lo scopo della DOP è o non è quello di garantire anche un prodotto commerciale  di alta qualità espressione di tipicità di un preciso territorio di origine? Se dobbiamo parlare di oli di alta qualità perché allora tollerare miscele di oli?

Se un olio è di suo piccante con retrogusto amaro per precise caratteristiche chimico-organolettiche, deve rimanere tale per potersi distinguere e farsi apprezzare così com’è. Altrimenti di quale tutela e di quale valorizzazione parliamo?

Partendo da un’analisi fatta da Alberto Mingardi su Il Sole 24 ore del 21 luglio 2010, la prima domanda che ci si deve porre a proposito dell’acqua è la seguente:  ma di quale privatizzazione stiamo parlando?

Infatti  Mingardi fa rilevare che - “se è vero che il  decreto Ronchi  mira ad una progressiva riduzione del peso degli enti locali nelle società a partecipazione pubblica già quotate in borsa, è anche vero però, che la quota pubblica massima, anche nel 2016, potrebbe assestarsi comunque al 30% del capitale con le amministrazioni locali  obbligate a vendere un pezzo delle partecipate solo nel caso in cui vogliano mantenere l'affidamento diretto. Di “privatizzazione”, insomma, davvero non si può parlare: tanto rumore per nulla.” “È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. È cattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi. Se uno poi vuole mantenere la proprietà pubblica delle imprese lo può fare, ma queste devono dimostrare sul campo di valere almeno quanto quelle private. Si noti bene: le imprese pubbliche “brave” non avranno problemi, e in Italia per fortuna ne abbiamo diverse. Il timore di qualcuno è che la presenza dei privati aumenti i prezzi, in particolare dell’acqua. No, a questa obiezione la risposta è semplice: se non si vogliono i privati allora si faccia una gara, e se l’impresa interamente pubblica farà veramente prezzi più bassi, allora il privato non passerà. Avremo una gestione privata solo se sarà il privato ad avere prezzi più bassi, ma allora il problema non esiste”. - E’ evidente allora che la campagna referendaria è solo strumentale e demagogica che mira solo a creare clamore per far passare per sconsiderati coloro che invece desiderano spodestare la politica dalla gestione delle società e che con la scusante del bene pubblico mirano a mantenere lo status quo, quello degli acquedotti colabrodo, nonostante si parli di risparmio dell’acqua, di desertificazione in atto, ecc. ecc..

Proseguendo Mingardi scrive che “Per l'acqua “bene comune”, si è sviluppato un consenso vastissimo e spontaneo: una partecipazione così impressionante non si spiega solamente con l'efficienza della macchina organizzativa di chi, essendo fuori dal Parlamento, deve inventarsi campagne per restare vivo. Il lessico politico degli anti-liberalizzatori è accattivante. Chi difende il decreto Ronchi lo fa sulla base di ragioni di efficienza. Loro parlano di un diritto umano fondamentale. È facile fare le barricate «per il bene comune». Ma ogni tanto, il bene comune può essere il peggior nemico del buon senso.
Chi infatti abbia un po' di buon senso non può difendere uno status quo che ci vede, sulla media nazionale, prelevare 165 litri d'acqua per erogarne 100. I dati Istat sulla dispersione idrica fotografano da anni una situazione preoccupante, soprattutto in alcune regioni del Sud, dove per distribuire 100 litri di acqua debbono esserne addirittura captati altri 100. Perché l'acqua sia un «diritto fondamentale», ovvero perché l'accesso alle risorse idriche sia effettivamente a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa venga sprecata così?”

Secondo voi c’è da aggiungere altro?

Domenica 13 Marzo 2011 15:54

LA FINE DEL MONDO IN GIAPPONE

Scritto da Benedetto Miscioscia

dal Giornale domenica 13/03/2011: E’ un’apocalisse della natura e la sinistra specula sul nucleare.

“Vendola&C. non hanno tempo per la pietà, la loro ossessione è l’incidente alla centrale. Grave sì, ma secondario rispetto alla tragedia del Giappone”.

In queste ore il pensiero non può che non andare alle decine di migliaia di persone scomparse a causa della devastazione di  un terremoto epocale, il settimo per forza distruttrice mai registrato fino ad oggi a memoria d’uomo, al contrario di politicanti che invece approfittano della tragedia per speculare sul nucleare e sulla presunta mancanza di sicurezza.

C’è un sottile filo conduttore che lega il Giappone al nucleare dalla forza devastatrice delle prime bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki fino all’uso civile di tale scoperta con la proliferazione di ben 55 centrali nucleari e con altre 13 in corso di costruzione e progettazione. Chi meglio della popolazione Giapponese avrebbe dovuto osteggiare l’uso di tale tecnologia. Eppure proprio loro hanno fatto del nucleare la ragione della propria ripresa produttiva e tecnologica portando sviluppo e benessere. Uno sviluppo messo in discussione non per la mancanza di sicurezza di quelle centrali bensì da un epocale ed imprevedibile terremoto che ha originato uno spaventoso ed immaginabile tsunami o maremoto che è stata la causa devastante delle migliaia di morti che ha colpito il paese. Non il terremoto di per sé nonostante il suo 8,9 grado magnitudo - il quinto per intensità che si ricordi dal 1900 - non il crollo di palazzi che pure hanno resistito e dal quale dovremmo imparare, bensì dalla forza devastatrice dell’acqua alla quale l’uomo nulla ha potuto. Paradossalmente è proprio dal Giappone, un Paese che convive perennemente con il rischio sismico, che dovremmo prendere l’esempio di come una nazione di 120 milioni di persone completamente circondati dal mare senza proprie risorse naturali energetiche, sia riuscita a progredire e sviluppare un sistema produttivo sociale ed economico tra i più forti del mondo occidentale. Un sistema che ha fatto del nucleare la propria risorsa per garantirsi quell’energia necessaria per proporsi come paese all’avanguardia sviluppando tecnologie che hanno dimostrato di funzionare nonostante l’esplosione di un locale vicino al reattore che, se fosse esploso, non avrebbe originato quello che si è visto nelle immagini diffuse in tutto il mondo. Per la sinistra prima delle migliaia di morti, dei dispersi e della catastrofica distruzione di diversi paesi provocata dal devastante maremoto, viene la questione del nucleare. Invece di solidarizzare con la popolazione giapponese per le conseguenze provocate dalla reazione della natura tirano in ballo la sicurezza del nucleare. Associare, poi, l’incidente di Chernobyl, scaturito non da un evento catastrofico come un devastante terremoto, bensì da una manovra sbagliata, “uno stupido errore” umano come lo ha definito Tullio Regge, è fuorviante ed imparagonabile.  Mi piace riprendere e proporre un articolo scritto da Giuseppe De Filippi che leggo da il Giornale del 13 marzo dal titolo “Sciacalli d’Italia – E’ un’apocalisse della natura e la sinistra specula sul nucleare” per proporre una giusta riflessione senza lasciarci trasportare dalla becera speculazione emotività e sensazionalista: “Nella narrazione (termine vendoliano) della sinistra e dell’ambientalismo italiani in Giappone non ci sono stati un terremoto e uno tsunami devastanti, con tutte le loro terribili conseguenze. No, in Giappone c’è stato un incidente gravissimo a una centrale nucleare. La sciagura, il disastro, riguardando solo ciò che è avvenuto, che sta avvenendo, attorno al reattore I della centrale di FuKushima. Tra le migliaia di morti e di dispersi, le centinaia di migliaia di sfollati; la cancellazione di case, di edifici pubblici, di aziende; la distruzione di infrastrutture, di servizi pubblici, di ricchezza; i gravissimi danni ambientali, l’inquinamento per il rilascio di sostanze pericolose trascinate in mare dalle onde gigantesche e rilasciate anche a terra nelle zone costiere, l’Italia di sinistra sa per cosa preoccuparsi:l’incidente (preoccupante, ma meno grave di quello americano di Tree Mile Island e molto meno grave di quello di Chernobyl) in una centrale nucleare. Una fissazione, un’ossessione che non lasciano spazio per la pietà e per un sentimento, magari anche fattivo e concreto, di solidarietà. E neanche per una riflessione onesta sui metodi di costruzione delle città e sulla capacità, staordinaria (anzi, ordinaria), dei giapponesi di realizzare strutture in grado di resistere alle onde dei terremoti. E sì che sulla questione degli investimenti per mettere in sicurezza le città italiane ci sarebbe da dire e anche da criticare. Ma è troppo complicato, non colpisce la fantasia. Non c’è tempo: bisogna polemizzare qui ed ora. E speculare su un senso di paura che è, ovviamente, di tutti. L’informazione, vittima dell’ufficio stampa mondiale (un’entità astratta che spinge a dire subito banalità pericolose) crea il terreno giusto. L’energia nucleare è gravata dalla sua leggenda nera. E poi il Giappone è il Paese che ha subìto il marchio indelebile della sofferenza per la bomba atomica, per il nucleare cattivo. E allora perché fare la fatica di distinguere? Il modo in cui vengono diffuse le notizie aiuta: si parla di esplosione nel reattore, di persone contaminate e di cittadini invitati a stare in casa o evacuati. L’informazione, apparentemente fredda, è invece connotata ed emozionale. E’ cinicamente fuorviante. Non è esploso nessun reattore, i fumi che si levano sono vapore acqueo sprigionato dal contatto tra l’acqua e l’impianto da raffreddare, la diffusione di radioattività è inferiore ai limiti pericolosi. Una situazione grave, certo, ma molto meno di tanti altri drammi che stanno avvenendo in Giappone. Relativizzare è difficile e non rende simpatici. Ma comparare le conseguenze e l’impatto di diversi fatti, è necessario di fronte a una devastazione così enorme. Per evitare che anche l’intelligenza ne venga travolta. La potenza inusitata del terremoto ha sottoposto tutto il Giappone e tutti i sistemi di produzione di energia a una prova micidiale: una diga è crollata e l’acqua ha travolto centinaia di case (vogliamo per questo mettere sul banco degli imputati l’idroelettrico?), gli impianti di varie centrali termoelettriche a olio combustibile e a gas sono stati travolti, sono esplosi uccidendo molte persone, hanno diffuso nell’aria e nell’acqua tonnellate di agenti inquinanti (vogliamo per questo contestare l’uso del petrolio e del gas per produrre energia?).

No, niente da fare, qui si parla d’altro. C’è un referendum sul nucleare in vista e bisogna correre a dichiarare, prima che lo faccia qualche altro pezzo di sinistra. Nichi Vendola se la prende con la “narrazione della leggenda della sicurezza” (appunto, la narrazione). E subito si fa cupamente veggente: “quel fumo radioattivo è un’ipoteca drammatica non solo su quei territori del Giappone ma sulla vita della specie umana sul pianeta, io chiedo con forza che il Governo e il Parlamento blocchino l’opzione nuclearista nel nostro Paese”. E vabbè, parla di fumo e si fa fumoso. Quello, si è detto, è vapore acqueo, è entrato in contatto con alcuni elementi radioattivi fuoriusciti dal reattore e molto probabilmente porta qualche radioattività, ma, secondo tutte le analisi tecniche, il livello di pericolosità (che pure c’è) è basso. La specie umana, insomma, dovrà vedersela con altri rischi, ma non con quel fumo. E poi c’è Legambiente: “la sicurezza è una chimera e le precauzioni, tra cui l’allontanamento della popolazione, non basteranno a limitare le conseguenze dell’esplosione del reattore”. Ecco il braccio ambientalista della sinistra italiana non tenta di seguire Vendola sul piano del lirismo. La butta sulla vecchia cara disinformazione. E quindi l’esplosione di un locale vicino al reattore (a causa del gas sprigionato dalla probabile fuoriuscita di combustibile, quella sì pericolosa) diventa “l’esplosione del reattore”. Non è proprio la stessa cosa, ma fa niente.

L’intervento di De Filippi apre ad una riflessione scevra da pregiudizi ideologici che guardano alla realtà per quella che è. Di fronte a certe prese di posizione, da Nichi Vendola o da Di Pietro fino a Legambiente,  ma perché crediamo in un principio, quello di assicurare alla stessa umanità progresso e benessere. Quello che non possiamo assicurare solamente utopisticamente con la cosiddetta  energia pulita che non esiste.

Parlano a vanvera facendo del vero e proprio “sciacallaggio atomico” come ha bene titolato un quotidiano nazionale. Sono ancora vive le drammatiche immagini di una devastazione senza precedenti che a memoria d’uomo si possa ricordare, provocato da madre natura con una “scossa epocale” che quando vuole e dove vuole fa sentire la sua immensa ed incontrollabile forza distruttrice. Non ci sono precauzioni che tengano di fronte all’imprevedibile ed è proprio quello che è successo in Giappone. Una popolazione ed una nazione abituate a sopportare le devastazioni, da quelle umane a quelle naturali,  che non piangono, non si lamentano, non gridano e che nella tragedia rimangono composti e che riescono a ricostruire il proprio processo sociale, produttivo ed economico con una grande forza. Abbiamo sempre guardato al Giappone con ammirazione, esempio di civiltà e di modernità ma anche di spasmodica attenzione alla perfezione e all’innovazione. Non a caso il Giappone ha rappresentato negli ultimi 50 anni un riferimento per tutto il mondo Stati Uniti compresi. Ora qualcuno, politicamente parlando, vuole speculare sulla tragedia giapponese non per esternare solidarietà per l’immane tragedia umana con le migliaia di morti provocati da uno spaventoso marreomoto o tsunami, ma per parlare delle conseguenze presunte del danneggiamento di una centrale nucleare su 55 in funzione in tutto il Giappone e precauzionalmente spente. Se tutto questo non è speculazione gratuità, allora di cosa parliamo?

di Franco Battaglia tratto dal Giornale del 09/03/2011

 

“Il lamento generale su smog, clima, e pesticidi ha stufato. I dati dimostrano che oggi si vive meglio e più a lungo”

 

Allarme, inquinamento, allarme cambiamento climatico, allarme nucleare. Allarme perché muoiono le api, allarme sacchetti di plastica (meglio se di carta), allarme sacchetti di carta (per via degli alberi abbattuti), allarme smog, allarme elettrosmog, allarme sostanze chimiche nel piatto. Allarmi di qua, allarmi di là. La nostra vita è in allarme. La nostra vita è in pericolo. Anzi siamo tutti in costante pericolo di morte. Di chi la colpa? Di noi stessi e della nostra società industriale. Che, ci dicono, fa proprio schifo. Qualche anno fa partecipai a un dibattito pubblico moderato da Michele Mirabella (il simpatico conduttore di Elisir su RAI Tre), il quale aprì le discussioni dando la notizia, effettivamente a quel tempo riportata da tutti i mezzi di comunicazione, della scoperta di non meglio identificati uomini-rossi della foresta Amazzonica. I quali “non erano mai stati in contatto con alcuna civiltà industrializzata”, leggeva il presentatore dalla prima pagina del Corriere della Sera. Non senza aggiungere un sospiroso “beati loro” convinto e su questo aveva pienamente indovinato di interpretare il pensiero dell’autore dell’articolo. Effettivamente questi uomini-rossi sono invidiabili, e Mirabella faceva bene ad additarli alla platea come modello di vita. Mai a contatto con la nostra civiltà, pensate che fortuna. Innanzitutto, non sanno chi siano Saffo o Socrate, Catullo o Oscar Wilde, Dante o Mozart. Il che ha risparmiato loro giornate intere di greco e filosofia, latino e teatro, letteratura e musica. Anzi, quanto a musica, la loro vita è comodissima: senza essersela complicata con le sinfonie, si limitano alla riproduzione delle tre note. Anche perché sanno contare fino a tre, e andare oltre, men che meno all’infinito, è un peccato che si sono ben guardati dal commettere. Come i loro cervelli non lo è dalla matematica, la loro quotidianità non è contaminata dalla chimica. Che invece la nostra civiltà industriale ci propina addirittura nel piatto. Beati loro, direbbe Mirabella. Infatti, i fortunatissimi uomini-rossi non sanno, ad esempio, che il latte con cui nutrono i loro neonati contiene lattosio. Il quale, per essere digerito ha bisogno di un particolare enzima, la cui carenza provoca nel neonato un accumulo di lattosio con conseguenti danni cerebrali. Per evitarli, i bambini-rossi non dovrebbero bere latte, ma i loro fortunatissimi genitori, come detto, la chimica non li ha neanche sfiorati, e naturalmente, non hanno sostanze chimiche nel piatto. Forse si nutrono di fasci di luce. O, più probabilmente, non hanno un piatto. Motivo di più per suscitare l’invidia di Mirabella. Possiamo evitare di sentirci in colpa per questo nostro vivere abbietto? Certo che no. Non siamo nati così. Così ci siamo diventati. Coscientemente. E quindi colpevolmente. Per dire: ci siamo dotati di elettricità. Che schifo. Pensate al bel tempo che fu. Senza andare troppo indietro, ad esempio ai tempi di Via col vento l’elettricità non c’era e stavamo benone: su 30 milioni di abitanti v’erano, in America, appena 4 milioni di schiavi. Come si vede, le lavatrici erano inutili, allora come ora.

Una volta m’era venuta in mente la alquanto bizzarra idea che non alcuna lotta sociale, ma la scoperta e l’uso della elettricità fosse ciò che ha reso la schiavitù un tabù. Devo decisamente ricredermi. Tutto sommato, questa società industriale che ha quasi eliminato la mortalità infantile e portato speranza di vita di tutti noi oltre 80 anni, a pensarci bene, non ha fatto altro che allungare la permanenza di tutti noi in questa valle di lacrime. Che sgorgano viepiù copiose per via degli allarmi di cui sopra. Decisamente meglio essere uomini-rossi dell’Amazzonia: bevono acqua di sorgente, mangiano cibi rigorosamente biologici, la loro energia è al 100% solare, e al meno fortunato di loro gli tocca vivere fino a 40 anni. Beati loro.

Dall’angolo di Granzotto “il Giornale” 04 marzo 2011

“Caro Granzotto, in Puglia colpisce in senso negativo la diffusione dei pannelli fotovoltaici, già installati o in via di installazione nei campi con il risultato di ridurre gli ettari di superficie coltivabile. Ciò fa, evidentemente, la gioia degli ecologisti-ambientalisti i quali avvantaggiandosi momentaneamente degli ecoincentivi statali (sono soldi di tutti noi), pensano che in futuro potremo mangiare Kwh e non pane e i sani prodotti della terra. ma ciò che mi ha fatto veramente indignare è stato il cartello esposto nella sala dei check-in dell’aeroporto di Bari che riporta informazioni  false: per prima cosa si dà per scontato che l’energia prodotta con il fotovoltaico sia alternativa a quella prodotta per combustione di olio combustibile (si potrebbe produrre con il nucleare) e poi si calcola il risparmio dell’anidride carbonica rilasciata nell’ambiente stechiometricamente a partire dall’olio combustibile risparmiato. Quest’ultimo fatto è vergognosamente inaccettabile. Infatti così sarebbe se: i pannelli e le strutture di sostegno non necessitassero di energia (ottenuta come?) per la loro costruzione; i pannelli e le strutture di sostegno fossero prodotti in loco e non dovessero essere trasportati (con mezzi di trasporto che utilizzano quale forma di energia?); i pannelli e le strutture di sostegno fossero eterni, ovvero non necessitassero alla fine della loro vita operativa di essere trattati (con quale forma di energia?) e smaltiti in discarica (sotto quale forma non inquinante?).

Mauro Antongiovanni

Accidenti, caro Antongiovanni, stechiometricamente… Ho dovuto informarmi e a beneficio dei lettori dirò che stechiometria studia – e significa quel che significa – i rapporti quantitativi delle sostanze chimiche. Ciò detto, lei ha ragione da vendere. Grazie a Nichino Vendola la Puglia è diventata il paradiso del fotovoltaico. E anche con l’eolico non scherza, pur se il paradiso di quel tipo di energia detta alternativa resta il Molise. La ragione è molto semplice: con l’energia verde si fanno soldi a palate (e, come registra la cronaca, anche tanti inghippi). Un dato solo, che spiega poi tutto: il costo dell’energia, qui in Italia, si aggira sui sessanta euri a kilowattora. Chi la produce con fo voltaico di euri ne incassa invece ben 400. siccome il piatto è ricco, sollecitati da quel genio di Nichino i bravi pugliesi ci si sono buttati tappezzando di pannelli fotovoltaici 360 ettari di terreno coltivabile. Questa pacchia, questo Bengodi è reso possibile dai succulenti incentivi (i “più profittevoli del mondo”, parola dell’Authority in materia,) che ovviamente sono a carico del contribuente; e non parliamo di bruscolini: si tratta di quasi sei miliardi di euri, usciti dalle nostre tasche per entrare in larga quota in quelle dei benefattori ambientalisti che piazzano pannelli e alzano pale dove capita capita. Anche in località, per parlare dell’eolico, dove se soffia qualcosa non si va più in là della brezza, se va bene. O anche in aree, per tornare al fotovoltaico, dove ce n’è una tale concentrazione da produrre un sovraccarico che, non potendo essere utilizzato, va sprecato (e quelli son proprio soldi nostri gettati al vento). Forse perché sgomentati da questa “ubriacatura generale”, son sempre parole dell’Authority, gli addetti ai lavori hanno deciso di mettere un tetto agli incentivi concessi per il fotovoltaico. Raggiunta la quota degli 8mila megawatt, stop. Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. Il lettore Carlo Cerofolini, che in materia ne sa una più di Giuliano Amato,ci manda comunque a dire che raggiunti quegli 8 mila megawatt sborseremo di incentivi, in vent’anni, 120 miliardi. Pagando il chilowattora l’80 per cento in più rispetto al prezzo medio nell’UE. Se si aggiunge quel sottaciuto costo di produzione di anidride carbonica che lei, caro Antongiovnni, ci ricorda non esiste energia verde che sia davvero “pulita”), un conto un po’ salato per compiacere le smanie ambientaliste dei Nichini Vendola.

 

 

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